F1 | L’incidente di Pironi e la sterzata verso la modernità

Prosegue la nostra collana storica con gli sconvolgimenti che l’incidente di Didier Pironi in Germania, nel 1982, portarono alla massima formula. Da quel momento la F1 diede una forte sterzata verso la modernità. 

| a cura di Federico Sandoli

Arrivato a Maranello per sostituire Jody Scheckter, il francesino subito creò un sodalizio con Villeneuve, mattatore della squadra ma non ancora leader, e si sobbarcò lo sviluppo della nuova Ferrari Turbo 126-C. Nel 1981 la macchina acerba e un tardivo adattamento agli usi della scuderia italiana, non gli permisero di esprimersi al meglio delle sue potenzialità.

Il 1982, per entrambi i piloti della rossa, si presentava quindi come un anno di riscatto.

La macchina, la 126-C2, prometteva molto bene e a Fiorano entrambi i piloti – prima Villeneuve, poi il francese – non faticarono a battere il record della pista.

Nonostante la competitività della macchina, nell’ambiente c’era il sospetto che la formula regolamentare applicata per quell’anno avrebbe reso le vetture pericolose quando avrebbero passato il limite. Fu proprio Pironi a subire questa tesi, a Imola, durante i test privati, passando sul cordolo troppo velocemente, portando la macchina a perdere aderenza e uscire violentemente all’altezza della Variante Alta. Lo spavento fu enorme ma ai box minimizzano, anzi tra i meccanici girava voce che Pironi fosse uscito di pista perché “[…] volesse fare il Villeneuve”.

Il dualismo nato a Imola, durante l’evento ufficiale, e il conseguente incidente del Belgio, dove il canadese compì il suo ultimo volo e atterrò nei cuori dei tifosi, mise la F1 in allarme.

La squadra cominciò a interrogarsi sulla dinamica dell’incidente, e per quanto fosse capitato per una fatalità, il fatto di veder uscire dall’abitacolo il proprio pilota obbligò l’ing. Forghieri a rinforzare la zona dell’abitacolo stesso con delle pelli di carbonio e riprogettare tutto il gruppo sospensioni anteriore.

Calato nello scomodo ruolo di capo squadra, ma non ancora leader de-facto, il francese interpreta al meglio la propria macchina imponendosi in Olanda e conquistando due podi pesanti in Inghilterra e in Francia.

Nonostante i risultati il francese perse il sorriso. L’ambiente gli rimproverava di aver ceduto all’ambizione e di essere in una posizione che sarebbe stata del compianto canadese. E soprattutto che la sua bravura fosse offuscata dall’imbattibilità della propria Ferrari, una monoposto d’antologia che sarebbe rimasta negli annali della Ferrari come la migliore degli anni 80.

Sul circuito tedesco di Hockenheim il francese voleva dimostrare a tutti che il ruolo e la posizione in classifica non erano un regalo della sorte. Nelle prime prove fu subito il più veloce con un tempo imbattibile. Il giorno dopo, sabato, una pioggia battente salutò i piloti e le squadre. Piquet, campione del mondo in carica, amico di Pironi, consigliò al francese di non prendersi rischi inutili in quanto era risaputo che la domenica la corsa si fosse disputata sull’asciutto.

Il francese parse convincersi e decise di sedersi al muretto a vedere il compagno Tambay a provare le gomme da bagnato. Nonostante non amasse la pioggia, improvvisamente un guizzo partì dallo sguardo di Pironi che calatosi nella sua Ferrari nr. 28, sceso in pista, dopo qualche tornata non faticò a issarsi in testa alla graduatoria dei tempi.

Dai box lo invitarono a rientrare (quante analogia con Villeneuve) ma nonostante l’ordine il francese proseguì ancora veloce e sul rettilineo che precedeva il paddock si trovò ad inseguire una Williams. La macchina inglese improvvisamente scartò a sinistra. Sembrava il segnale per passare. Pironi proseguì veloce impattando contro la Renault di Prost, poco più avanti, nascosto da una nuvola d’acqua.

L’urto fu tremendo. La rossa decollò e ricadde sul muso distruggendosi completamente. Pironi, rimasto legato alla machina, riportò delle gravi fratture alle gambe. Le foto del pilota dentro l’abitacolo, con le gambe innaturalmente piegate, fanno il giro del mondo.

I commissari, aiutati da Nelson Piquet, estrassero il pilota della Ferrari. Portato alla clinica universitaria, le condizioni delle gambe furono giudicate non cosi gravi da rischiare l’amputazione. Dopo cinque ore di intervento, gli arti del pilota furono salvi. Nonostante fosse in condizioni critiche, Pironi mantenne intatta la lucidità e, con fare da leader, chiese alla squadra di non ritirarsi e far partecipare Tambay all’evento tedesco.

La F1 si interrogò. Lo sport dell’automobile non poteva più accettare il tema della pericolosità e cominciò a interrogarsi su come poter modificare la formula regolamentare. Mentre Pironi lottava per salvare le gambe, la FIA ritenne giusto intervenire per delle modifiche alle macchine.

Non curanti di quanto successo in pista, le squadre frenarono sulla voglia di cambiamento della federazione ma alla fine dovettero accettare la rimozione delle minigonne e l’introduzione di un fondo piatto che avrebbe rallentato la percorrenza in curva. Inoltre furono vietate le gomme da qualifica.

Gli accadimenti del 1982 obbligarono la federazione ad interrogarsi sui motivi dell’incidente senza considerarlo un accessorio della corsa. Da quel momento diede una forte sterzata verso la modernità.


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