F1 | L’atroce dramma di Roger Williamson

 

Sulle dune olandesi di Zandvoort, dove la F1 ha scritto alcune delle sue pagine più gloriose, il circus registra il suo momento più buio dagli albori fino a quel momento. Roger Williamson muore in una scena cruenta, un rogo davanti agli occhi di spettatori increduli, di commissari inermi e impotenti e, soprattutto, davanti agli occhi rabbiosi ma sconfitti di chi aveva provato a salvargli la vita.  

 

| a cura di Federico Sandoli


Era il 1973. Roger Williamson, pilota della middle-class inglese, che grazie al suo talento riuscì a debuttare nella massima formula, si trovò a disputare il suo secondo gran premio in carriera.

 

Durante la gara probabilmente un problema a una gomma – che durante i pochi giri percorsi cominciava ad afflosciarsi – portò la sua macchina ad andare ad impattare contro le barriere ad altissima velocità, rimbalzando in pista.

Dopo aver percorso 300 mt a ruote all’aria, la monoposto prese fuoco col pilota incapace di uscire dall’abitacolo. Nonostante la macchina rovesciata avvolta nelle fiamme, la corsa continuò e solo il compagno di marca, David Purley, vedendo quella scena terribile dal suo casco, si fermò subito per provare a raddrizzare la macchina sotto gli occhi impotenti dei commissari che, mal equipaggiati, non fecero nulla per impedire il dramma.

I commentatori televisivi pensarono che fosse Purley il conducente della macchina in fiamme e che nessuno stesse correndo alcun pericolo di vita. Le vetture, per la scarsa preparazione del direttore di corsa ma anche per lo scarso peso che all’epoca si dava a tali impatti, continuarono la gara passando sul luogo dell’incidente a piena velocità.

Purley con un piccolo estintore – l’unico strumento a disposizione dei commissari – cercò di raggiungere col getto il punto d’origine delle fiamme, sempre ostacolato dai commissari impauriti e totalmente impreparati presenti sul percorso.

In realtà David Purley era l’unico con l’equipaggiamento adatto a resistere alle fiamme, avendo una tuta ignifuga capace di resistere per un breve periodo a quelle temperature infernali. A differenza dei commissari che non avendo nulla per combattere le fiamme, si rifiutarono di intervenire.

Gli stessi mezzi di soccorso, arrivati con estremo ritardo, non poterono intervenire subito in quanto, non avendo fermato la corsa, dovettero fare un giro completo del circuito diventando loro stessi un pericolo per le altre macchine che sfrecciavano in pista.

La macchina di Roger Williamson era ormai una palla di fuoco e le fiamme erano alimentate anche dal forte vento. Lo sfortunato pilota morì nell’abitacolo della propria vettura soffocato dai gas prodotti dall’incendio.

La gara venne vinta da Stewart con secondo il proprio compagno Cevert. Da annotare il particolare che per quella gara la Ferrari, con una macchina oggettivamente poco performante, evitò di presentarsi ai nastri di partenza. Tuttavia i pensieri degli addetti ai lavori erano tutti volti a quei drammatici istanti.

I piloti lasciarono l’Olanda con la consapevolezza che l’immagine di “Cavalieri del rischio” fosse ormai un ricordo. E che ci sarebbero voluti anni affinché l’aspetto sicurezza diventasse finalmente un elemento prioritario nelle corse. Cosi come ci sarebbero voluti anni affinché le legittime pretese dei piloti stessi potessero finalmente essere ascoltate da chi avrebbe scritto regolamenti e procedure d’emergenza.