Kvyat: dalla Russia con amore (o con una valigia di valore)
 

 


Kvyat: dalla Russia con amore (o con una valigia di valore)

Daniil Kvyat sembrava destinato a regnare per anni nell’olimpo dei grandi. Ottimi risultati nelle formule minori e un esordio convincente non ancora ventenne hanno propiziato la sua promozione alla corte della Red Bull. Educato e poliglotta, concreto e veloce, vittorioso persino nel confronto con Ricciardo. Un perfetto zar, insomma. Peccato che il suo impero duri il tempo di un inverno. L’incerto avvio della stagione 2016 e un paio di errori di troppo lo costringono all’esilio in Toro Rosso, mentre Verstappen viene eletto a furor di popolo. Una successiva annata fatta di prestazioni altalenanti culmina nella “rivoluzione d’ottobre” 2017: Daniil viene destituito a favore di Gasly, e neppure il tumultuoso avvicendamento di Sainz alla Renault riuscirà a riportarlo sul trono. Dalle stelle alle stalle. In questo caso letteralmente si potrebbe dire. Perché è notizia di pochi giorni fa l’approdo di Kvyat alla scuderia del Cavallino in veste di development driver. Basterà questa opportunità per riportarlo, se non proprio sugli scudi, almeno a militare tra i nobili?

La scelta della Ferrari ha spiazzato tutti. Ingaggiare Kvyat come pilota di sviluppo appare, almeno in prima istanza, una mossa quantomeno incomprensibile. A maggior ragione alla luce del fatto che Antonio Giovinazzi ricoprirebbe già quel ruolo. E che il presidente Marchionne ha sempre speso parole di miele promuovendo il concetto di italianità della squadra. Nella puntata n°126 di Pit Talk i nostri Antonio Granato e Giuseppe Gomes hanno introdotto l’argomento sottolineando come lo sviluppo della macchina in fabbrica e al simulatore sia uno degli aspetti chiave di questa moderna F1. La Ferrari ha sempre pagato un po’ la carenza in questo delicatissimo settore, dunque, il contributo di un pilota esperto come Daniil, che è a conoscenza dei metodi di sviluppo ai banchi di Red bull e Toro Rosso, potrebbe rivelarsi molto prezioso.

Un altro aspetto fondamentale sarebbe legato a motivi economici. La presenza di Kvyat garantirebbe l’ingresso di capitali russi e di eventuali sponsor sovietici in Ferrari. Situazione che farebbe molto comodo a Maranello dopo la fine del sodalizio con il colosso bancario Santander. La vicenda di Kubica ci ha mostrato l’incredibile peso politico ed economico dei programmi che supportano la promozione dei piloti russi. La Williams proprio oggi ha annunciato ufficialmente la scelta di Sirotkin, con buona pace della maggior parte dei tifosi, che gli avrebbero preferito Robert. Ma alla valigia non si comanda.

Tuttavia le ragioni che hanno portato all’ingaggio di Kvyat sarebbero anche di tipo strategico. Il suo ruolo sarà esclusivamente quello di lavorare sul simulatore. E va ricordato che quest’aspetto è stato fondamentale nell’epoca delle vittorie Red Bull. La scuderia anglo-austriaca portava innovazioni in grado di funzionare da subito. Pezzi e pacchetti inediti immediatamente affidabili e vincenti. Per contro, le novità Ferrari non riuscivano a rivelarsi efficaci nel breve periodo e necessitavano di continue revisioni. Le analisi predittive svolte nell’impianto di simulazione di Milton Keynes si sono rivelate dunque essenziali per costruire quattro anni di successi.

Per la Ferrari invece lo sviluppo virtuale rappresenta ancora un tallone d’Achille. Per questo è necessario affidare il programma a qualcuno che sia più esperto di Antonio Giovinazzi. Qualcuno che ne conosca bene le dinamiche. Qualcuno che abbia già guidato e gareggiato con queste monoposto. E allora sì, Daniil Kvyat potrebbe rappresentare il candidato ideale. Da Faenza a Maranello per un’ultima occasione. Perché l’italianissimo russo avrà forse accantonato il sogno di essere uno zar. Ma non quello di essere ancora un pilota.


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Veronica Vesco

Milanese, una laurea in lettere, tanti sogni nel cassetto. Amo scrivere e sono appassionata di Formula 1. Tenuta a battesimo dalle gesta di Gilles, seguo i gran premi fin da quando ero bambina. Ferrarista per tradizione più che per vocazione, subisco il fascino del pilota e delle sue imprese piuttosto che identificarmi in una squadra.

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