Non rompeteci il giocattolo della F1 o è già rotto?

Per gli appassionati di F1, e sono ( o erano? ) tanti, la delusione incomincia a dilagare.

Fateci caso: in TV, complice anche l’esclusività della Pay-TV, il calo di spettatori è enorme. Sui giornali quotidiani l’informazione si limita ai due/tre giorni dei Gran Premi con notizie a volte difficili da trovare sparse nelle pagine dello sport. Addirittura la Gazzetta dello Sport ha portato la F1  nelle ultime pagine e si limita ad interventi quasi esclusivamente nei giorni delle gare.

Certo, le scarse prestazioni della Ferrari e lo strapotere di Hamilton e Mercedes che monopolizzano l’attuale andamento della specialità sono una concausa di questo affievolimento dell’attenzione generale del pubblico e dei media. Ma non basta. E’ evidente che c’è dell’altro. Sia sul piano umano che su quello tecnico. Ed anche sul piano strutturale.

Sul piano umano mancano i personaggi veri: non in quanto piloti, anzi ormai sono tutti preparatissimi e veloci. Se dessimo a tutti la stessa auto le differenze di resa sarebbero minime.

Manca però quella personalità, quella disponibilità, quella classe che creava intorno ad ogni pilota un alone di stima, di passione, di tifo che rendeva ogni pilota un divo al quale affezionarsi. Oggi, a parte i tre o quattro big inavvicinabili, per gli altri c’è l’oblio. Di alcuni la gente non conosce neppure le sembianze. Perché al di fuori del momento della gara ognuno di loro si chiude nel proprio ambiente. Perfino nel paddock nessuno li vede più. Forse è quello che cercano. Mi è capitato di vedere Lewis Hamilton arrivare in moto davanti ad una gelateria, comprarsi un cornetto e leccarselo tranquillamente. Praticamente nessuno dei passanti si è accorto della sua presenza. Eppure lui è l’unico che ha una vita sociale molto appariscente. A me piace definirli “monacelli” questi  piloti che spariscono dalla scena pubblica, vanno a dormire presto la sera, e si rifugiano nell’anonimato. Nella pausa tra una gara e l’altra nessuno sa dove siano e cosa facciano.

I piloti d’un tempo erano vivaci, mondani – quante “storie” vere o finte li vedevano protagonisti – simpatici e “vitaioli”. Nelle interviste non avevano peli sulla lingua, attaccavano compagni ed avversari o la propria squadra, non avevano nessun “guardiano” che li controllasse. Però erano tutti amici… o quasi. Sul piano tecnico è evidente che la preponderanza attuale della Mercedes ha il suo peso. Fatte le qualifiche, quasi sempre scontate, il risultato è facilmente immaginabile.

Intendiamoci bene: i meriti di chi tecnicamente ha saputo fare meglio degli altri  non si discutono. Anzi, vanno apprezzati. Ma sono i demeriti di chi non ha saputo realizzare un prodotto vincente che vanno stigmatizzati. E qui entra in gioco l’enorme progresso della tecnologia che ha portato la F1 a livelli stratosferici sul piano prestazionale. Un livello che pochi ormai possono permettersi per gli enormi investimenti richiesti, lasciando così pochi spazi residui.

Ecco dove diventa obbligatorio intervenire sul piano strutturale. E’ ormai chiaro che i regolamenti attuali non hanno migliorato la competitività portando la progettazione meccanica, ibrida ed aerodinamica ad uno standard che ha snaturato lo spirito della Formula 1, nata come palestra  di tecnici e di uomini. Non dimentichiamo che alle origini, nel 1950, la F1 laureava a fine anno il miglior pilota, l’uomo, il Campione del Mondo. Soltanto nel 1958 venne istituito il titolo per Marche, aperto dunque alle scuderie. Questa era una tesi molto cara a Clay Ragazzoni ( che esempio di personaggio! ) e che forse è stata dimenticata nel passar del tempo.

Ora la FIA e la Liberty Media sono chiamati ad una analisi profonda e ad una revisione che possa restituire alla F1 ed ai suoi uomini quella passione, quell’interesse, quella popolarità  che per molti anni l’hanno contraddistinta.

Per favore, non rompeteci il giocattolo!


Renato Ronco

giornalista, specializzato in motoring sportivo e commerciale dal 1963