F1 | Il giorno delle fiamme

Si, è stato il giorno delle fiamme per il Gran Premio del Bahrain.

Fiamme all’inizio con la spaventosa scena della Haas di Grosjean che si spezza in due dopo l’urto nel guard-rail ed immediatamente prende fuoco.

E fiamme alla fine quando la Racing Point di Perez a 2 giri dal termine incomincia ad emettere fumo per poi incendiarsi a causa della rottura del motore.

Se le prime fiamme hanno determinato una sospensione della gara per circa un’ora, quelle finali hanno interrotto una conclusione che qualche incertezza la presentava ancora, seppur Hamilton sembrasse in grado di gestire l’esiguo vantaggio su Verstappen.

Le fiamme finali fanno parte della casistica normale della Formula 1, ma quelle iniziali hanno veramente scosso tutto l’ambiente del grande “Circus” oltre che i milioni di spettatori che stavano davanti ai televisori in mezzo mondo.

Una situazione totalmente anomala per i tempi moderni.

Se infatti nei primi decenni della F1 il fuoco era uno dei pericoli immanenti – Bandini e Williamson ne furono vittime, Lauda e Regazzoni ne corsero il rischio – da quando i serbatoi del carburante sono a prova di perforazione e ben protetti all’interno delle macchine, al rischio del fuoco non si era più né abituati né sensibili.

In questo caso si è verificata un’altra anomalia. La frattura netta della macchina in due parti proprio all’altezza dell’abitacolo del pilota Grosjean che ha corso ben tre rischi: quello di rimanere senza protezione per il corpo dopo l’urto, quello di cozzare con la testa contro il guard-rail e quello del fuoco. Tutto ad una velocità oltre i 200 km orari.

Per la testa ha provveduto l’HALO tanto dibattuto agli inizi; per l’urto ha funzionato la protezione standard obbligatoria per la quale tutte le macchine debbono fare i test di resistenza per essere omologate. E per il fuoco ci ha pensato il miracolo al quale abbiamo assistito, grazie alla prontezza del pilota che fortunatamente era rimasto cosciente e che quindi ha sganciato le cinture e si è proiettato fuori dall’abitacolo, dove provvidenzialmente c’era ad aiutarlo il medico della safety-car con una grande spirito di abnegazione.

Ma l’aspetto più inquietante della vicenda mi sembra quello della rottura i due tronconi della scocca a causa della quale i condotti del carburante hanno tracimato all’esterno provocando l’incendio innescato probabilmente dal calore o dalle batteria della power-unit, o da qualche scintilla nello sfregamento nelle lamine d’acciaio del guard-rail.

90ES-D136

Quell’auto spezzata mi ha ricordato l’episodio del Gran Premio di Spagna a Jerez quando nel 1990 il pilota Donnelly durante la sessione del sabato delle prove libere andò a sbattere nella curva dietro alla struttura dei box e la Lotus che guidava si spezzò in due. Donnelly rimase esanime in mezzo alla pista ancora legato dalle cinture al sedile. Il primo, ed unico, a fermarsi fu Ayrton Senna che parcheggiò la sua McLaren ed accompagnò l’ambulanza con Donnelly fino all’infermeria della pista, per uscirne poi con le lacrime agli occhi. Al pomeriggio poi Ayrton fece la pole. A riprova che i piloti sono fatalisti ed affrontano scientemente il pericolo, ma quando sono in pista cancellano quella parola dalla propria mente.

Donnelly si riprese lentamente dopo tre anni e partecipò ancora a qualche gara del Campionato Turismo inglese prima di lasciare definitivamente le corse.


Renato Ronco

giornalista, specializzato in motoring sportivo e commerciale dal 1963