Vi racconto come guidano i piloti fuori dalle piste
 

 


Vi racconto come guidano i piloti fuori dalle piste

A fine estate 2015 fece notizia il fatto che Lewis Hamilton con la sua supercar Pagani Zonda andò a cozzare contro tre auto ferme a Montecarlo nel tornante del Loews, che caratterizza proprio il tracciato del GP di Monaco.

Ma c’era un antefatto che vi voglio raccontare. Sempre a Montecarlo, durante l’estate, sul Boulevard Larvotto – che costeggia il mare e dove si trovano alcuni del locali più “in” del Principato – una Pagani Zonda di un colore stranissimo passa singhiozzando. Va a strappi, come in genere capita ai principianti. Inevitabile la risata di alcuni miei amici presenti che commentano: “Ma guarda un po’ quel tipo. Si compra un bolide così e non riesce manco a guidarlo!”. La supercar si ferma dopo cinquanta metri davanti ad un locale “in” e chi scende? Ma si, proprio lui: Lewis Hamilton! Anche i campioni, a volte, sulla strada sono come noi comuni mortali.

Anzi: vi voglio raccontare come si comportano alcuni piloti quando sono immersi nel traffico, specialmente da normali passeggeri. Lo dico con cognizione di causa perché mi è capitato spesso di portare in auto dei piloti di Formula 1. Quasi sempre da o per qualche aeroporto.

  1. Emanuele Pirro è pilota della Benetton Formula. Devo accompagnarlo da Carmagnola, dove ha fatto una consulenza, all’aeroporto di Caselle, a Torino. L’autostrada è quasi deserta. Siamo un po’ giusti con l’orario ed io spingo sull’acceleratore. Sto viaggiando intorno ai 220 orari. Di colpo Pirro mi chiede preoccupato: “Ma a quanto stiamo andando?”. “ A 220” dico io. E lui: “Ma sei matto?!?”. “ Ma scusa – gli rispondo – tu sei abituato a superare i 300 all’ora…” E lui: “Ma in pista è tutta un’altra cosa. Dai rallenta…”. Ed io mi adeguo. Calo a 190 ( precisiamo che all’epoca non c’erano i limiti attuali ) ed arriviamo in tempo per l’aereo.
  2. Al ritorno dal Gran Premio d’Austria a Zeltweg mi trovo in aereo con Stefan Johansson, pilota della Ferrari. In prova lui ha avuto un curioso incidente: ha investito un daino che attraversava la pista e la botta gli ha provocato una contusione allo sterno. Ha corso ugualmente piazzandosi terzo, nonostante il dolore. Quando scendiamo dall’aereo, a Nizza, gli chiedo: “Ora come torni a Monaco?”. “ Prenderò un taxi” mi dice. Gli propongo: “se vuoi ti porto io. Ho qui la macchina”. “Ok” mi dice. E andiamo. La strada la conosco a memoria, specialmente la discesa a picco su Monaco usciti dall’autostrada. Vado ad un’andatura sostenuta ma normale, secondo me. Ebbene, è stata una mezz’ora di sospiri di Stefan. Non saprò mai se soffriva per i dolori allo sterno o perché non si sentiva un granché sicuro. Ma i piloti, specialmente quando non guidano, patiscono assai nel traffico.
  1. GP d’Inghilterra. Sceso all’aeroporto di Heathrow, a Londra, mi ritrovo con Alessandro Nannini. Lui non ha prenotato la macchina per andare a Silverstone. Io si. Si accomoda con me, ma siccome c’è anche mia moglie, lui si siede dietro. L’autostrada è trafficatissima e, come si sa, la circolazione è a sinistra. Per Alessandro è un tormento. Alle rotonde (là c’erano già) non capisce bene chi deve passare… poi queste macchine che sfrecciano a destra… per lui è tutto un sussulto. Insomma, un’ansia continua. Ma che risate! Qualche mese dopo ci ritroviamo sulla pista di Le Castellet, al Paul Ricard. Sto provando un’Alfa Romeo 164. Quando gli propongo di sedersi lui al volante per poterlo far filmare dal cameraman seduto dietro, ci fa vedere i sorci verdi: con la macchina in piena sbandata sulle quattro ruote a Signes – la curva più veloce del tracciato – lui toglie una mano dal volante per salutare l’obiettivo e intanto pesta sull’acceleratore ridendo a crepapelle. Mi restituisce i sospiri di Silverstone.

Se invece mi capitava di portare Michele Alboreto con qualche auto sulle colline dietro a Montecarlo per poi documentare in TV il suo test della macchina, lui mi consigliava i punti di frenata e le traiettorie sollecitandomi a spingere di più. Quando poi quelle stesse curve le affrontava lui allora capivo: passava a velocità quasi doppia della mia e dovevo pregarlo di non sorridere al cameraman durante il passaggio. Era uno spettacolo.

Preoccupante era invece trovarsi accanto a Clay Ragazzoni. Sia prima, che , ancor più, dopo il suo incidente. Spingeva sull’acceleratore in modo pazzesco. E ci si raccomandava al cielo nei sorpassi in curve cieche. Ma lui, con uno stile ed una sicurezza imperturbabili, continuava e scherzare e sogghignare: sapeva che chi gli stava accanto era piuttosto teso. Un giorno, con la sua Mercedes preparata Dakar e adattata alla guida manuale per disabili, durante un sorpasso in curva in un vialone alberato, io ed Audetto- c’era anche lui con me – ci guardammo per un attimo con uno sguardo disperato. Ma per Clay era normale. Pensate che un giorno, in America, nel 1975 quando pilotava la Ferrari in F.1, viaggiando su di una higway si trovò la strada sbarrata da un incidente e lui, senza quasi nemmeno rallentare, passò sul pendio del costone esterno alla strada, un ciglione-trincea inclinato di quasi 40 gradi. Ridendo. Altro che il banking delle curve di Indianapolis! Chi era al suo fianco – non io per fortuna – se lo ricorda ancora adesso!

Proprio in America, nel 1995, Jaques Villeneuve ed un pilota italiano – di cui non faccio il nome – fecero un trasferimento, dopo una gara di Formula Indy, da Milwaukee ad Indianapolis duellando quasi come in pista, sfidando anche la sorte. Perché se ti beccano in America a velocità simili ti sbattono in galera qualunque nome tu abbia. Del resto suo padre, il leggendario Gilles, era famoso per i suoi trasferimenti record su una Ferrari Granturismo da Montecarlo a Maranello. Anche se mi risulta che negli ultimi tempi era un po’ più cauto e gli piaceva poi esibirsi in qualche “traverso” al suo arrivo a Maranello. E far traversi gli piaceva proprio: l’ultima volta che venne nei miei studi di Montecarlo per una intervista – un paio di mesi prima del suo tragico incidente – quando lo accompagnai all’uscita vidi con sorpresa che stava usando una A112 Abarth 70 HP. Gli chiesi cosa ne pensava e la sua risposta fu “Les tractions avant c’est toutes de la mèrde!” ( le trazioni anteriori sono tutte delle m…!). Poi, con un’accelerata ed un colpo di freno a mano fece una partenza con inversione ad U in una strada di 5 o 6 metri. Ma era Gilles!!

Tornando all’America, mi è anche capitato di viaggiare da Helkart Lake a Chicago seduto al fianco di Andrea Montermini. Ho ammirato la sua abilità ma anche il suo coraggio di “osare” (termine da interpretare).

La storia di Alesi in autostrada sotto la pioggia invece ve l’ho già raccontata https://www.f1sport.it/2017/10/il-re-della-pioggia/

Infine un invito alla prudenza arriva da Max Biaggi. Ci troviamo insieme di ritorno su un aereo da Madrid a Nizza. Durante il volo abbiamo un lungo colloquio che mi rivela un altro Max, rispetto a quello che molti pensano. Tranquillo, disposto ad accettare consigli comportamentali. All’arrivo mi offro di accompagnarlo in auto a Monaco. Accetta, dopo un attimo di incertezza. Appena ci immettiamo in autostrada ci sorpassa un motociclista che sfreccia ad almeno 150 all’ora. Gli chiedo: “Anche tu in autostrada in moto vai così?”.  Ma scherzi – mi risponde portandosi una mano sulla fronte – non son mica matto. Non vado mai in autostrada con la moto ed in città mi sposto sempre in scooter ma sto attentissimo e sono superprudente”. Ho capito il messaggio. Tutto fila liscio fino a Monaco. Ho imparato che è saggio essere prudenti sulla strada.

Ma eravamo partiti da Hamilton che intanto si è vinto altri due titoli mondiali. Chissà se nel frattempo ha imparato a guidare la Pagani Zonda!?!


1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (No Ratings Yet)
Loading...

Renato Ronco

giornalista, specializzato in motoring sportivo e commerciale dal 1963

Lascia un commento