domenica, Novembre 27, 2022

F1 | Il mito immortale di Elio De Angelis

Tra i compagni di squadra che ha avuto Elio, ci sono tre ex Campioni del Mondo, Mario Andretti, Nigel Mansell e Ayrton Senna. Ci descriveresti il tipo di rapporto che De Angelis aveva con loro?

M: Il rapporto che Elio ha avuto con i vari compagni di squadra è stato senza dubbio un aspetto importante della sua “vita in pista”. Con Mario Andretti condivise il box della Lotus nel 1980. Mario era un campione a fine carriera (in F1 almeno, visto che in America ha continuato a mietere successi) che apparve in quella stagione forse demotivato o, comunque, costantemente battuto da Elio. Questi ha sempre ricordato con grande affetto “Piedone” con cui ebbe sempre un ottimo rapporto, nonostante Mario fosse prima guida ufficiale, mentre il romano non aveva nemmeno diritto al muletto. Con Mansell non furono subito rose e fiori. Nel 1981, al suo arrivo in Lotus, l’inglese si lamentò spesso del diverso trattamento ricevuto ed Elio affibbiò al compagno il soprannome “Mansueto” per il suo comportamento talvolta arrendevole in pista. Nigel era sempre meno incisivo dell’italiano sia in qualifica che in gara. Durante una sessione di prove Elio andò da Mansell e gli disse di seguirlo in pista. De Angelis insegnò a Mansell come prendere le traiettorie e i tempi dell’inglese scesero di un secondo e mezzo. Un comportamento che oggi sarebbe impensabile tra i piloti attuali. Condivisero le informazioni tecniche, le regolazioni e nel corso degli anni divennero veri e propri amici. Ancora oggi Nigel ricorda sempre con grande affetto De Angelis. Ben diverso fu invece il rapporto con Senna. Ayrton giunse in Lotus nel 1985 come una promessa di indubbio talento e i vertici del team inglese avevano probabilmente deciso fin dall’inizio su quale “cavallo” puntare. Senna fu certo un grandissimo campione ma, personalmente, ritengo che sia stato talvolta mitizzato. Era un essere umano, con i suoi pregi e i suoi difetti, come chiunque noi. A inizio carriera non si fece troppi problemi ad “asfaltare” gli avversari in pista, anche ricorrendo a qualche manovra al limite (famosi i suoi screzi con Alboreto, ad esempio), inoltre la sua bravura comunicativa gli permise di attirare le simpatie della stampa traendone vantaggio. Elio soffrì molto la convivenza con l’asso brasiliano e fu oltremodo frustrante vedere la propria squadra, a cui il romano aveva dato tanto, voltagli sempre più le spalle, nonostante De Angelis avesse dimostrato una maggior redditività in gara per tutta la prima metà di quel campionato.

Elio aveva tanti talenti e passioni, ad iniziare dalla musica. Potresti approfondirci maggiormente le passioni extra sportive di De Angelis?

M: Oltre alle corse Elio ha saputo incantare il mondo con il suo talento musicale. Gli aneddoti si sprecano. Suonava ogni volta che aveva occasione e subito la gente si fermava per ascoltarlo. Famosa fu ad esempio una sua apparizione nel corso di una trasmissione televisiva tedesca, durante il week-end di gara ad Hockenheim nel 1985. Si sedette al piano e suonò con tale disinvoltura e passione da lasciare tutti esterrefatti. Questo filmato è visibile ancora oggi su Youtube. Ma oltre alla musica ad Elio piaceva molto il calcio. Gradissimo tifoso della Roma, giocava spesso con gli amici e partecipò a diverse partite di beneficienza. Altra grande passone di Elio furono le donne. Il romano non era certo insensibile al fascino femminile e viceversa. Il luogo comune del pilota Playboy, alla James Hunt per intenderci, però non calza a De Angelis che gestì sempre in maniera molto sobria e discreta le proprie relazioni. Dal 1982 si legò alla modella tedesca Ute Kittelberger che gli fu accanto per il resto dei suoi giorni.

De Angelis nel corso della carriera ha indossato vari tipi di caschi, sebbene il disegno sia rimasto immortale, tanto da essere ripreso da Alesi. Che opinione avevi del francese come pilota?

M: Il disegno del casco di Elio rappresenta due ali stilizzate di colore rosso-blu dispiegate. Ad Elio piaceva molto disegnare e spesso realizzava su foglietti di carta o semplici tovaglioli degli strani disegni con uno stile fumettistico alla Moebius. Concepì il disegno della livrea del suo casco a metà anni Settanta e non lo abbandonò mai (unica variante fu l’adozione del nero al posto del blu sul casco del 1981). Alesì adottò tra il 1987 e l’88 questa livrea (ma nero-rosso anzichè blu-rosso) aggiungendoci il blu nella sommità della calotta. Credo che non potesse esserci miglior pilota di Jean per onorare la memoria di Elio. Entrambi piloti “di cuore” che hanno ricevuto meno di quanto seminato, in termini sportivi, ma hanno lasciato tanto dal punto di vista umano.

Parlateci della vostra carriera. Quali sono stati i momenti più alti per voi?

M: Io sono uno storico, lavoro da quattordici anni all’Istituto Storico dell’Età Contemporanea di Ravenna e per lo più scrivo libri di storia militare. Da sempre sono appassionato di F1 e ho scritto qualche libro sull’argomento. Diciamo che i momenti più alti, come li definisci tu, potrebbero essere la chiusura di un libro, aver finito un lavoro che giudico buono (augurandomi che piaccia anche al pubblico) e la successiva presentazione, oppure quando mi è permesso incontrare piloti e personaggi della F1 del passato, potendo di nuovo respirare quella che per me è la “vera” F1, quella di una volta, degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Tra i miei ricordi più belli ci sono quando ho lavorato fianco a fianco con Gian Carlo Minardi, Gabriele Tredozi e Piero Martini per la stesura del libro “Gian Carlo Minardi racconta” perchè si respirava aria di autentica genuinità o quando due anni fa ho realizzato il catalogo e la mostra “F1 Racing Suit” sulla storia delle tute utilizzate dai piloti; fu davvero bello perchè ci fu un’affluenza stimata in oltre 5000 visitatori e fu divertente vedere le espressioni sui volti della gente quando entrava e si trovavano davanti 32 tute originali tra cui quelle di Senna o Schumacher. Così come è stato bello incontrare il fratello di Elio e sentirsi ringraziare per il lavoro fatto quando personalmente ritengo solo di aver reso giusto omaggio a un grande che non deve essere dimenticato.

S: La mia carriera ha appena preso una strada “nuova” sempre nel mondo della fotografia (faccio il fotografo dal 2008), ma in un altro paese. Cambiare continente è stata un’avventura perchè anche se si conoscono i propri limiti, sei costretto a spingerti oltre per farti conoscere. Inoltre la lingua non è la tua, le locations non sono le tue, quindi sei costretto a fare più degli altri per emergere. Al momento lavoro per la UCF (University Central Florida) come sport photographer per tutte le manifestazioni sportive.
Lavoro anche per la Prospect Wire che è una società che organizza tornei di baseball in tutta America alla ricerca di nuovi prospetti. Adoro il baseball e la foto sportiva, quindi sono molto fortunato di poter coprire il ruolo di head photographer in tutti i tornei e poter metterci “del mio” per far crescere questi ragazzi a livello di immagine.
I momenti più alti arriveranno. Ogni giorno si sale uno scalino, ma sono consapevole di doverne fare ancora un’infinità.

Cosa ne pensi della F1 attuale?

M: Si tratta della domanda più sofferta. In parte forse ti ho già risposto: la F1 attuale non mi piace per niente. E’ solo business senz’anima. I telecronisti cercano ad ogni gara di rendere accattivante un prodotto che ha perso ogni genuinità e richiamo. Si cerca di dare vitalità alle gare introducendo variabili artificiali (come l’attuale regolamento sulle qualifiche o l’uso delle gomme) dimenticando che se vuoi avere spettacolo devi semplificare le cose e non complicarle. So che la F1 è il regno dell’innovazione e della tecnologia ma questa disciplina è nata come campionato del mondo Piloti e l’aspetto umano deve avere il predominio su quello tecnologico. Altrimenti facciamo delle super-auto telecomandate dai box e ci leviamo il pensiero. Secondo me deve innanzitutto sparire buona parte dell’elettronica, iniziando da quella miriade di bottoni sul volante. Quanto ai piloti attuali credo si tratti una generazione video-game che, se dovessero pilotare una vecchia F1 del passato, avrebbero più difficoltà a emergere. In pista talvolta sembrano dei bambini dell’asilo pronti a piagnucolare da Charlie Whiting per ogni sciocchezza. Quando poi sento dire “Hamilton ha vinto più gare di Lauda, Stewart o Mansell” o “Vettel ha quattro titoli mondiali come Prost” mi si gela il sangue. Non è possibile paragonare tra loro piloti che hanno corso in periodi così difformi per regolamenti, punteggi attribuiti, difficoltà di guida, affidabilità della monoposto o rischio di morte in gara. In breve: ho più ammirazione per un 6° posto di Martini con la Minardi che una vittoria di Rosberg con la Mercedes. Se una volta non vedevamo l’ora che ci fosse un GP per vedere cosa avrebbe fatto Villeneuve, Alboreto, Senna o altri, mentre oggi le nuove generazioni guardano solo le moto e gli ascolti della F1 calano, ci sarà un perchè.

S: Tornando indietro con la memoria ricordo le prequalifiche del venerdì mattina, quando era ancora buio. Ricordo le cene con i piloti allo stesso tavolo, ridendo e scherzando, i viaggi fatti insieme a Michele Alboreto e Riccardo Patrese per l’Europa condividendo la stessa auto. Ivan Capelli si fermò a cena da me per guardare i Blues Brothers, mentre Rubens Barrichello dormì a casa mia per poter visitare Bologna con calma. Allora era tutto più semplice, più divertente. Ora per andare in bagno ci vuole il pass magnetico e per rilasciare un’intervista c’è il PR della squadra che ti suggerisce cosa dire e soprattutto cosa non dire. La F1 adesso è noiosa e non penso che Liberty Media migliorerà le cose.

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