F1 | America e Formula 1: una storia complicata
 

 


F1 | America e Formula 1: una storia complicata

28 ottobre 2014 – Domenica sul Circuito delle Americhe di Austin, in Texas, si correrà la per la terza volta un GP di F1. Cerchiamo di capire le differenze e i punti di contatto tra due mondi, a tratti opposti, con anche qualche tuffo in un passato a volte turbolento. 

Il rapporto tra la F1 e l’America non è mai stato semplice. Due modi diversi di correre, due culture differenti, lo spettacolo prima di tutto al di là dell’oceano, la massima performance nel vecchio continente. Uno show pensato per il pubblico contro un Circus diventato sempre più freddo ed irraggiungibile. Europa e America, due mondi e due modi di correre paralleli uniti però da una leggenda… a stelle e strisce.

 

Di nuovo in America, di nuovo problemi: domenica sul Circuito delle Americhe di Austin, in Texas, si correrà la per la terza volta un GP di F1. Sarà una corsa a cui parteciperanno soltanto 18 monoposto. E’ infatti della scorsa settimana la notizia che a causa di problematiche finanziarie non saranno in gara Marussia e Catheram.

Proprio negli USA ci fu un precedente simile: era il 2005 e solo sei monoposto, quelle allora gommate Bridgestone, presero parte alla corsa sul tracciato di Indianapolis. Tutti gli altri team rientrarono ai box dopo il giro di formazione. La causa fu un problema di sicurezza che Michelin denunciò in termini di mancanza di affidabilità dei propri pneumatici, soprattutto dopo l’incidente che nelle qualifiche coinvolse la Williams di Ralf Schumacher. Il banking dell’ultima curva del mitico catino mise talmente a dura prova le gomme francesi che l’episodio del tedesco fu un campanello d’allarme non trascurato. Tutti i gommati Michelin rientrarono in pit lane per ritirarsi lasciando via libera alle Ferrari, alle Jordan e alle Minardi.

Fu uno degli episodi cardine del complicato rapporto tra F1 e America: uno spettacolo negato al pubblico. Ed è proprio qui il punto nevralgico della incompatibilità tra un continente che nelle corse di auto ha una cultura radicata e secolare e una categoria che, in America, non ha mai trovato pieno appoggio. La differenza sta in un mondo che ruota intorno al proprio pubblico, che gli permette di vedere da vicino i propri idoli e un Circus evoluto verso una dimensione fine solo a se stessa, lontano dai desideri degli appassionati con regole incomprensibili in grado di far disinnamorare anche i fans più accaniti, incapace di promuovere la propria rivoluzione tecnologica.

La corsa in America è sull’ovale, è la velocità assoluta, la corsa in America è Indianapolis. L’origine della diffidenza degli Usa nei confronti della F1 parte proprio da qui. La 500 Miglia di Indianapolis un tempo faceva parte del calendario del mondiale di F1, gara a cui però troppe volte i piloti europei non parteciparono. Ecco perché dal 1961 la  corsa più famosa del mondo fu tolta dal calendario iridato della massima formula.

francoiscèvertusagp1971Il GP degli Stati Uniti passò quindi a Sebring e poi a Watkis Glen dove si corse per circa venti anni fino al 1980. Qui nel 1973 trovò la morte  uno dei giovani più promettenti dell’automobilismo mondiale: il francese Francois Cevert. L’episodio, tremendamente cruento, determinò il ritiro di uno dei più grandi di sempre, Sir Jackie Stewart.

Dal 1984 al 1991 Dallas , Detroit e Phoenix furono gli scenari su cui si corse oltreoceano, scenari per noi europei privi di fascino, circuiti cittadini più vicini ai moderni “Tilkodromi” che alla strepitosa Montecarlo. Anche per questo la scintilla della passione tra la Formula 1 e l’America non si accese mai del tutto. Gli anni 2000 videro l’ingresso delle monoposto nell’ovale di Indianapolis, su un tracciato appositamente creato per ospitare la massima categoria. In comune con l’ovale, per unire i due mondi, rimase il rettifilo di partenza con i mitici mattoncini a segnalare il traguardo e parte dell’ultima curva. Come finì, lo abbiamo raccontato sopra.

andretti79L’italiano d’America , L’uomo dei due mondi, il mito delle corse: Mario Andretti: tra i piloti americani la figura in grado di unire più di tutti queste due categorie è stato Mario Andretti. Italiano di nascita, Americano di adozione, fuggito dall’Istria in seguito agli orrori della guerra e all’annessione alla Jugoslavia di quelle terre italiane, si fermò prima a Lucca per poi emigrare con la famiglia  a Nazareth in Pennsylvania. Andretti si costruì una carriera vincente sia nelle gare americane che in quelle europee: vinse la 500 miglia di Indianapolis, il mondiale di F1 a bordo della Lotus nel 1978 e soprattutto realizzò il sogno di ogni pilota italiano: avere il sedile della Ferrari. Proprio in Ferrari, nel 1982, chiuse la carriera in Formula 1 sostituendo l’infortunato Pironi, la sua esperienza di pilota fu un punto di unione tra tutte le sfumature dell’automobilismo, un vero ambasciatore del Motorsport.

Nel 2005 fu inserito nell’Automotive Hall of  Fame un’associazione che inserisce al suo interno coloro che si sono particolarmente distinti in ambito automobilistico. Andretti è stato davvero il punto di unione tra questi due mondi troppe volte così lontani e proprio per questo fu scelto come testimonial del ritorno della Formula 1 in America nel 2012 in Texas. Memorabili i giri di pista a bordo della Lotus del 1978 ad “inaugurare” il circuito.


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Alessandro Francese

Appassionato di sport, motori e Alfa Romeo ho sempre cercato di fare dei miei interessi un lavoro. Dalla tesi su Gianni Brera al mio impegno quotidiano in una concessionaria, almeno in parte, credo di esserci riuscito. Questo però è solo l'inizio! "Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere." Cit. Ayrton Senna

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