Hockenheim 95: Berger, dalla penalità al podio
 

 


Hockenheim 95: Berger, dalla penalità al podio

Gerhard Berger compirà 60 anni il prossimo 27 agosto; Hockenheim, il suo tracciato prediletto, è il teatro delle sue vittorie e della sua impresa messa a segno nel 1995.

Alla vigilia del GP di Germania, quando pensi a Hockenheim non puoi ricordarti della grande banana, non puoi non ricordarti di quei lunghi rettilinei immersi nella foresta, non puoi non ricordarti delle urla dei propulsori che, chissà, avranno turbato il sonno di qualche folletto che si sarà imboscato nelle foreste dell’Eifel, non puoi non ricordarti di pagine per certi aspetti antologiche della storia della F1, non puoi non ricordarti del rogo di Jos Verstappen, dell’incidente di Didier Pironi, di Jim Clark, di Patrick Tambay, di Michael Schumacher, di Mika Hakkinen che trionfa a casa della Mercedes grazie alle prestazioni stratosferiche della sua McLaren… ma soprattutto non puoi non ricordarti di un uomo che su questi rettilinei la storia l’ha scritta con il suo marchio indelebile: la velocità e due attributi grossi come cocomeri. Alla vigilia dei suoi 60 anni, le imprese di Gerhard Berger su quello che era uno di circuiti più veloci del Circus fanno ancora parlare di sé, soprattutto le due vittorie su cui sono stati riversati fiumi di inchiostro nel corso degli anni.

Ma quella che qui vogliamo raccontare è forse l’impresa più significativa compiuta dal pilota austriaco, che si compie nella quale Berger non vince, ma convince, eccome. Siamo nel 1995 (ne avevamo già fatto un resoconto in questo articolo) e, ancora una volta, alle porte di Stoccarda va in scena l’eterno duello tra Michael Schumacher e Damon Hill, che vede l’inglese avere la meglio in qualifica, ma alla vecchia volpe tedesca non rimane altro da fare che aspettare con pazienza il termine del primo giro per assistere alla piroetta dell’inglese che spalanca i portoni al successo del tedesco, che condurrà dall’inizio alla fine. Dietro di lui, in fila indiana, lo seguono Coulthard e Berger, ma per l’austriaco arriva la tagliola della partenza anticipata. Gerhard non è d’accordo, ma si infila subito in corsia box, dove ad attenderlo ci sono i commissari e i meccanici della Ferrari, in attesa che trascorrano i 10 secondi di penalità (altro che drive-through…).

Gerhard esce, impassibile, al 14. posto. Ma chi pensava che fosse uscito per rimanere nelle retrovie viene presto smentito. Per iniziare si fa subito beffe di Badoer, Bouillon e Suzuki, ma il bello deve ancora vanire. Complice anche, suo malgrado, il ritiro della Ferrari gemella di Alesi, protagonista di un’ottima gara che lo porta al sesto posto ma anche di un pit-stop stile Nuerburgring 1999, e il forfait di Panis e Blundell, con i loro motori che finiscono arrosto sotto il sole cocente del luglio di Hockenheim, Berger divora l’asfalto che lo separa dalla Sauber di Frentzen e nel giro di una sola tornata, la numero 18, si fa beffe del tedesco della Sauber e di Johnny Herbert, con la Benetton gemella del battistrada. DRS? No grazie! Anzi, grazie a un motore che apparentemente sembrava certamente in buone condizioni ma forse non esplosivo come la versione che qualche mese più tardi si vedrà a Monza (Gerhard firmerà il quarto giro più veloce in gara) e all’aerodinamica compatta della 412T2, l’austriaco diventa il protagonista assoluto della parte centrale della gara, per non dire di tutto il GP (Schumacher a parte). Supera, infatti, la Sauber e la Benetton con una differenza di velocità imbarazzante, prendendosi il lusso di infliggere loro secondi pesantissimi di distacco dopo appena un paio di curve (Herbert si ritrova staccato di 1 secondo e mezzo dopo nemmeno mezzo giro).

Arriva la girandola dei pit-stop e Berger si ritrova già al quarto posto, dietro Coulthard, Hakkinen e Schumacher, con il tedesco che fa segnare con gomme fresche il giro record della gara. Il ferrarista si ferma al giro 23, quando ormai la sua opera è quasi compiuta. Ma tra lui e il podio c’è ancora un avversario, di certo non uno qualunque. La McLaren di Mika Hakkinen, infatti, sembra avere un discreto margine di sicurezza, ma proprio quado la regia tedesca si sofferma sulla lotta tra Frentzen e Herbert, che di lì a poco diventeranno compagni di squadra, ecco che subito dopo l’esplosione del motore Ford della Sauber numero 30 (derivazione diretta del propulsore Campione del mondo con Schumacher) il finnico sarà costretto a subire il risultato della pressione del ferrarista. L’esito, anche in questo caso, è nefasto, con il secondo V10 Mercedes a esplodere nel corso della stessa gara (3 anni più tardi sarà tutta un’altra musica) e l’austriaco ne approfitta per salire ancora una volta sul podio, questa volta sul gradino più basso. From rags to riches, dalle stalle alle stelle; per Berger, ancora una volta, Hockenheim è un circuito amico e Gerhard, per non farsi mancare nulla, si presenta sul podio con una bandiera austriaca, a rivendicare ancora una volta con orgoglio la propria appartenenza geografica al di sotto delle Alpi.

Se in questa stagione Berger sarà costretto a cedere la scena a Schumacher, in un tripudio di bandiere tedesche al vento e di mortaretti, ma in mezzo al tricolore teutonico, le bandiere ferrariste con la scritta “Gerhard Berger” sono tante e riconoscibilissime. E certamente l’ultima gara in rosso dell’austriaco non poteva concludersi con una delusione… tant’è che ancora una volta ha sfoderato una gara capolavoro. Sarà proprio lui a far piangere i ferraristi nei due anni successivi (di certo non di gioia…), sfiorando prima e centrando poi la vittoria proprio con la Benetton lasciatagli in eredità da Schumacher. E alla vigilia del suo importante traguardo non si poteva non ricordare quest’impresa che l’austriaco ha compiuto sul tracciato che ha amato di più.


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Cristian Buttazzoni

"Life is about passions. Thank you for sharing mine". (M. Schumacher) Una frase, una scelta di vita. Tutto simboleggiato da un numero, il 27 (rosso, ma non solo)

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