L’importanza di chiamarsi…

di Renato Ronco

“L’importanza di chiamarsi Ernesto”. Così si intitolava una commedia brillante di Oscar Wilde. Un titolo che si può applicare a molti aspetti della vita quotidiana. Anche alla Formula1.

Ma prima di spiegarmi meglio voglio riferirvi la conferma che me ne ha dato un giorno Holer Togni, discendente della nota famiglia circense ed abile stunt-man specializzato nelle acrobazie spettacolari con auto, trattori e camion dalle dimensioni enormi. Qualcuno lo avrà certo visto a suo tempo in Tv o nelle sue esibizioni, Motor Show di Bologna compreso.

Dunque chiacchierando con lui ed altri amici, uno gli chiede: “Pensando ai nomi curiosi della tua celebre famiglia, tutti così strani: ma come vengono scelti da voi in famiglia quando nasce un bambino?”. Sorprendente la risposta: “Per prima cosa si pensa: come verrà il nome sui manifesti? E si sceglie in questa prospettiva”. Metodo confermato nell’ambito circense dai nomi della famiglia Orfei ( Nando, Moira, ecc).

Allora è vero? Il nome può condizionare la vita di un bambino, di un uomo? E la teoria è applicabile anche alla Formula 1? Secondo me si.

Infatti Ayrton Senna, il campione più amato, lo aveva intuito. Il suo vero nome era Ayrton da Silva, con il cognome del padre. Ma lui, con quella splendida intuizione per la comunicazione che aveva, capì che ci voleva un nome che suonasse maglio, più facile. E dopo poche gare in monoposto con la Formula Ford scelse di usare il cognome della madre: Senna. Nacque così il mito di Ayrton Senna. Sarebbe stata la stessa cosa come Ayrton da Silva? Chissà. Magari un paio di volte quel nome può averlo aiutato con uno sponsor, un manager… e la sua carriera forse avrebbe preso un’altra svolta.

Anche per Nelson Piquet la storia è simile: il suo vero nome era Nelson do Souto Mayor. Troppo complicato. E lui scelse il cognome materno: Piquet. Con il quale vinse tre titoli mondiali, come Senna. Entrambi facilitarono il nostro lavoro di telecronisti nel commentare un sorpasso, nell’annunciare un successo, nel deprecare un incidente.

Allora ho scorso per curiosità l’albo d’oro dei Campioni del Mondo di F.1 e mi sono reso conto che quasi tutti portavano nomi o cognomi facili o facilitati.

Farina, il primo campione, si chiamava Giuseppe ma si faceva chiamare Nino: più incisivo. Fangio, era facile e Ascari pure. Hawthorn poteva contare sul nome, Mike. Rindt aveva un cognome riduttivo per il suono mentre Hàkkinen era difficile da pronunciare. Ma avevano nome di battesimo importante ( Jochen ) o simpatico ( Mikka ).

I due Hill e Clarck avevano cognomi banali ma facili come pronuncia, e nomi però incisivi: Graham, Damon, Jim. Chi aveva cognomi un po’ difficili ha fatto prevalere un nomignolo facile, diretto: Schumi per Schumacher, o Seb per Sebastian Vettel. Per Ràikkonen ( attenzione, i nomi finlandesi vanno pronunciati con l’accento sulla prima sillaba ) prevale il suo nome, Kimi: corto, secco, simpatico. I Rosberg, padre e figlio hanno due nomi diretti: Keke e Nico.

Nike Lauda aveva la fortuna di nome e cognome sintetici e facili. Per Alonso nessun problema: il cognome ha di per se pronuncia e significato accrescitivi. Il nome Fernando, poi, è da vincente. E come lui Alain Prost. E Schekter poteva contare sul nome Jody. Villeneuve padre era per tutti Gilles, il figlio se la cava con Jaques. Jenson Button era eufonico, come Jackie Stewart o Jack Brabham e Dennis Hulme, o James Hunt ed Alan Jones. Andando indietro nel tempo c’è l’americano Hill di nome Phill, o l’inglese Surtees di nome John: facilissimi. Per Fittipaldi l’appellativo era o Fitti o Emo, da un’abbreviazione del nome, Emerson. Mentre per Mansell era più frequente Nigel. Comunque nomi immediati, diretti. A Mario Andretti dedicherò presto una bella storia.

Ed oggi? Hamilton foneticamente non è male, è importante. In più il nome Lewis è secco, vincente. Pensiamo all’emergente Verstappen: con quel nome, Max, tiene tutti in pugno. Ricciardo ha qualche difficoltà di pronuncia in più all’estero, ma può contare sul nome Daniel. Ed anche Ocon è semplice e facile. Bottas è un po’ in contrasto col nome Valtteri, Sainz è orecchiabile mentre Ericsson, Magnussen, Grosjean sono davvero ostici alla pronuncia.

Per contrapposizione si può osservare che ci sono stati piloti forti, promettenti, ma mai campioni, con nomi poco vincenti: Barrichello, Fisichella, Coulthard, tutti riduttivi.

E allora vorrei suggerire ai giovani piloti italiani che aspirano alla Formula 1 di verificare il proprio cognome e, se è il caso, di puntare sul nome, o su un nomignolo, per farsi riconoscere e creare un rapporto più confidenziale. Ricordate che Giacomelli modificò il suo cognome in Jack o’ Malley per essere riconosciuto e pronunciato in Inghilterra.

Perché il nome deve venir bene sul manifesto, come diceva Holer Togni.

 

di Renato Ronco

Renato Ronco

giornalista, specializzato in motoring sportivo e commerciale dal 1963