La scomparsa di Rindt crocevia della moderna F1

“É troppa questa fortuna. Inizio a preoccuparmi perché potrebbe non durare” -Jochen Rindt-

La stagione 1970 è perfettamente sintetizzabile in queste parole di Jochen Rindt che, a posteriori, suonano come un cattivo presagio. La Lotus 72 progettata da Colin Chapman e Maurice Philippe è un piccolo concentrato di innovazione, dall’aerodinamica estrema al peso contenuto, marchio di fabbrica del costruttore britannico. L’unico tallone d’Achille è il motore portante Ford Cosworth V8, dalle prestazioni decisamente inferiori rispetto al V12 Ferrari montato sulla 312B.

I piloti più attesi della stagione sono l’australiano Jack Brabham al volante della Brabham BT33, il belga Jackie Ickx con la Ferrari 312B e il britannico Jackie Stewart con la March-Tyrrell 701.

Nonostante le carenze prestazionali a livello di propulsore, la Lotus 72 nelle mani di Jochen Rindt è un missile. Alla vigilia del Gran Premio d’Italia a Monza, il pilota austriaco è in testa alla classifica con cinque vittorie, tra le quali lo splendido successo in volata contro Ickx a Hockenheim.

 

Rindt

Monza, 5 Settembre 1970, ore 15.00. Turno di qualifiche del sabato. La Lotus 79 guidata da Jochen Rindt sta percorrendo la variante Ascari, prima di lanciarsi a tutta velocità verso l’impegnativa curva parabolica.

L’appuntamento monzese è il più temuto dal team Lotus, perché i lunghi rettilinei e le curve veloci rischiano di mettere ancor più in risalto le carenze velocistiche del motore Ford Cosworth.

Per questo motivo, la Lotus 79 viene presentata in configurazione aerodinamica a basso carico, praticamente senza alettoni. Se da un lato questo permette di recuperare velocità di punta, dall’altro innesca forti vibrazioni a carico degli elementi meccanici della vettura, generando risonanze molto pericolose.

Alla frenata della Parabolica, la monoposto numero 22 del pilota austriaco vola letteralmente contro il guard rail, la gomma anteriore destra si infila in una buca e la Lotus inizia a roteare vorticosamente su sé stessa fino a fermarsi nella via di fuga.

Quando il polverone si abbassa, lo scenario che si presenta di fronte ai soccorritori è terrificante. La monoscocca dell’auto ha ceduto completamente, le cinture si sono strappate e il corpo di Rindt giace con le gambe esposte tra i rottami. La devastante decelerazione gli ha causato un arresto cardiaco, e nonostante i tentativi di rianimarlo, le ferite agli arti inferiori e allo sterno (sfondato dal piantone dello sterzo) si rivelano letali per il pilota austriaco.

Jochen Rindt, nato a Magonza il 18 aprile 1942, spira poco dopo durante il trasporto in ambulanza e riposa ora nel cimitero di Graz.

 

Rindt

“Nina, Jochen si è fatto male…”

La delicatezza tipicamente inglese delle parole di Jackie Stewart, accarezza l’anima scossa di Nina, la moglie di Rindt. Il pilota britannico corre immediatamente ad informarsi in seguito all’impatto e, ben presto, capisce che per l’amico non c’è più niente da fare.

L’auto che seguiva la monoposto del pilota austriaco poco prima dell’incidente è la McLaren del neozelandese Denis “Denny” Hulme, il quale dichiara fin da subito che la Lotus 79 ha scartato all’improvviso verso destra, prima di tornare bruscamente a sinistra dopo diverse sbandate, impattando contro il guard rail poco prima di finire in testa-coda.

La dinamica è stata peggiorata dalla ruota anteriore sinistra che, piantandosi in una buca appena oltre il guard rail, ha reso la decelerazione dell’auto ancora più repentina. L’urto successivo con un altro palo, ha diviso l’auto sostanzialmente in due, separando l’avantreno da ciò che rimaneva del corpo vettura.

Le cause dell’incidente non sono mai state chiarite del tutto. I pezzi dell’auto erano sparsi ovunque e molti pezzi erano stati distrutti nell’impatto, difficile quindi capire cosa si era rotto prima e cosa effettivamente si è rotto dopo. Il dettaglio che subito è saltato all’occhio dell’Ingegner Giovanni De Riu (incaricato dal Procuratore della Repubblica, come da prassi in questi casi) è stato l’albero del freno anteriore sinistro.

 

Rindt

Come si vede dalla foto, una delle particolarità della Lotus 72 era quella di avere i dischi freno “entrobordo”, il che vuol dire che non erano montati direttamente sul mozzo della ruota, ma erano posti all’altezza della pedaliera e collegati alle ruote per mezzo di un albero.

L’albero del freno destro era spezzato e presentava un punto di rottura “a bisello”, tipico dei cedimenti torsionali. Questa ipotesi verrebbe in parte confermata dal “rumore sordosentito da alcuni spettatori poco distanti dal guard rail. L’impatto con il guard rail e la conseguente decelerazione improvvisa causata dalla ruota anteriore sinistra infilatasi nella buca, hanno di fatto causato la morte del pilota austriaco.

La ferita peggiore però, è senza dubbio quella inflitta dal piantone dello sterzo che ha sfondato lo sterno del pilota.

Questo tipo di incidenti ha portato ad una generale riprogettazione degli abitacoli e a un innalzamento globale dei livelli dei crash test per i telai.

Nella Formula 1 moderna infatti, il piantone dello sterzo (la barra che unisce il volante alla scatola dello sterzo), dev’essere collassabile. In caso di impatto, il piantone “collassa” senza fuoriuscire verso il pilota. Allo stesso tempo, l’abitacolo funge da “cellula di sopravvivenza” che dev’essere indistruttibile. Una Formula 1 moderna avrebbe salvato la vita di Jochen Rindt? Molto probabilmente sì, ma non dimentichiamoci che le decelerazioni sono e saranno sempre il peggior nemico dei piloti.

RindtJochen Rindt è attualmente l’unico pilota della storia ad essersi laureato Campione del Mondo di Formula 1 “postumo”.

A sostituirlo a bordo della Lotus 72 venne chiamato Emerson Fittipaldi che, vincendo il Gran Premio degli Stati Uniti permise di contenere la rimonta di Jackie Ickx.

Quel ragazzo austriaco, che soffriva il mal d’auto e mal tollerava il casco integrale, è entrato di diritto nella storia della Formula 1 e, il suo sacrificio, ha permesso di raggiungere gli attuali livelli di sicurezza delle monoposto.


Fabrizio Bianchini

Da sempre appassionato di motorsport, specialmente del motorsport "old style" fatto di pazzia, romanticismo e odore di gomma bruciata.