F1 | Monaco: Avventurieri e monacelli

In questi giorni mi è tornato fra le mani un libro celebrativo dei primi 50 Grand Prix di F1 di Monaco, scritto dai giornalisti Raffaelli padre e figlio,  che narra le origini del Principato di Monaco fin dal 1297, quando quattro falsi monaci assaltarono la rocca e se ne impadronirono.  E quelle del Gran Premio che risale al 1929 con la vittoria di un certo Williams su Bugatti, che neppure aveva provato il primo giorno per un ritardo dell’auto.

La piacevole lettura racconta di una Montecarlo “Belle Epoque” non solo relativamente alla vita del Principato ma anche al mix favoloso fra il “bel mondo” ed il mondo dei Gran Premi. Da Nuvolari alla Bella Otero, da Chiron a Mata Hari.

Un “mondo” che io, per mia fortuna, ho potuto scorgere da vicino, prima come semplice appassionato e poi come osservatore professionale, fin dagli anni ’50, quando Montecarlo era ancora punteggiata da palazzi in stile Liberty e frequentata dal Jet-set internazionale.

Niente a che vedere con la Montecarlo di oggi, irta di grattaceli che la fanno assomigliare a New York piuttosto che a quel salotto elegante e di gran classe di allora.

Ed è rileggendo quel libro ed appellandomi alla mia memoria che ho visto le differenze epocali fra le due situazioni.

Al di là del fatto che oggi, causa Covid, manca una gran fetta di pubblico che si aggira per le strade di Monaco, è cambiata l’anima del Grand Prix.

In quegli anni d’anteguerra, che non son certo paragonabili, e poi  negli anni ’50, ’60 e ‘70 il rapporto fra i piloti e “la crème” dell’alta società che si radunava negli Hotels di “élite” e nei ristoranti e bar di gran classe era stupendamente simbiotico.

L’appuntamento al “Cafè de Paris” o alla sala “Empire” dell’Hotel de Paris nel secondo pomeriggio dopo prove e qualifiche era d’obbligo. E si potevano vedere ad un tavolo vari piloti che gustavano l’aperitivo insieme a qualche magnate dell’industria od a qualche attrice di grido, oltre a grandi campioni sportivi – specialmente tennisti – che non potevano mai mancare a questi incontri.

Specialmente al venerdì che da sempre, a Monaco, era ed è una giornata di riposo per la Formula 1. Nascevano qui incontri, amicizie, avventure, amori che duravano magari lo spazio di un Gran Premio, ma che a volte diventavano coppie ben amalgamate.

Ricordo benissimo, forse nel 1957, Mike Hawthorn  insieme a De Portago ad un tavolo del Cafè de Paris in allegra compagnia. Ma anche, un decennio più tardi, Nicola Pietrangeli con Ludovico Scarfiotti ed altri amici sempre a quei tavoli dove poteva capitare di incontrare Graham Hill o Jim Clark. A quei tempi poi, finita la gara, i piloti si mischiavano alla folla che, ormai libera, scendeva sul percorso e ci si poteva trovare gomito a gomito con Stewart o Graham Hill che poi risalivano sulla loro macchina e la riportavano al paddock sgusciando fra la gente. Ve l’immaginate oggi cosa significa avvicinare un pilota che di solito è blindato da Direttori Sportivi, manager, segretarie e addetti stampa?

Lo spirito di quei tempi emerge da un episodio del 1984. In telecronaca al mio fianco, per il commento tecnico, c’era il pilota Giancarlo Baghetti ed al Gran Premio di Detroit ci fu una lunga interruzione della gara poco dopo il primo giro per una carambola innescata da un urto fra Patrese e Cheever, entrambi piloti della Benetton Alfa Romeo. Non potendo io interrompere la telecronaca per non perdere ascolto (TMC non aveva i vincoli di orario della RAI che interruppe la cronaca) cercai di intrattenere gli spettatori facendo raccontare  Baghetti l’ambiente di quegli anni ’60 in cui lui aveva gareggiato. Il discorso cadde sulla trasferta sudamericana di quei tempi: era la “Temporada sudamericana” in cui, ad inizio stagione, i piloti rimanevano più di un mese fra Argentina, Bahamas ed altri luoghi di gara. Il racconto fu divertentissimo, rivelando un’amicizia fra i piloti che trascorrevano il tempo fra una gara e l’altra dandosi alla pazza gioia, con particolari stuzzicanti. Altro che le diete vegetariane e la vita riservata dei piloti di oggidì. Per questo motivo mi piace definire i piloti di allora come “avventurieri” e quelli di oggi come “monacelli”. Anche a Monaco. Del resto furono dei finti monaci ad inventare il Principato che ha glorificato la Roulette!


Renato Ronco

giornalista, specializzato in motoring sportivo e commerciale dal 1963