F1 | Stiria: Ferrari, cronaca di un disastro annunciato

Il secondo appuntamento con il Red Bull Ring, sotto ad un diluvio biblico, conferma la situazione drammatica della Ferrari in un week-end da dimenticare…

“Una giornata davvero deludente. Dobbiamo accettare il verdetto del cronometro che non mente mai. In due qualifiche sulla stessa pista, pur in condizioni diverse non siamo mai stati competitivi, non soltanto contro quelli che negli ultimi anni erano stati i nostri avversari diretti ma nemmeno con altri che, fino a ieri, ci erano costantemente alle spalle. Abbiamo fatto tanti sforzi per anticipare una serie di aggiornamenti alla vettura ma in pista i risultati non si sono visti. Dobbiamo capire perché e lavorare per cambiare uno stato di cose che non è all’altezza di una squadra che porta il nome Ferrari. Niente reazioni emotive ma non possiamo nasconderci la realtà.”

Le parole del “soldato” Binotto lanciato dai suoi generali (perennemente invisibili!!) in pasto ai mass-media alla fine delle qualifiche di sabato, sono il quadro di una stagione che si prepara a segnare un record per la squadra di Maranello: quello della peggior stagione (e forse della peggior macchina) della sua storia.

In realtà già dalle libere del venerdì si era capito che anche questa volta la Ferrari avrebbe sofferto il dominio delle frecce nere Mercedes e delle Red Bull durante tutto il fine settimana, sperando comunque che fosse almeno all’altezza di poter sostenere l’attacco delle Racing Point (peraltro in grande spolvero durante le libere con il 3 tempo in griglia di Perez).

Ma nessuno avrebbe immaginato addirittura che le qualifiche si sarebbero concluse con un 10° posto di Vettel ed un 11° di Leclerc (retrocesso poi al 14° per aver ostacolato il giro lanciato di Kvyat nel corso della Q2 oltre che per non essere rientrato immediatamente ai box in regime di bandiera rossa) ad un decimo dal tempo di George Russell con la Williams.

Tutto questo è solo l’anticipo di una gara che per la Ferrari costituisce uno dei punti più bassi della propria storia, una gara che confrontata con quella di una settimana fa (già di per se non certo esaltante) può essere definita con un solo vocabolo (no, non quello maleodorante ed impronunciabile!) : un incubo.

La partenza vede i due ferraristi arrancare alla ricerca di un grip totalmente assente, impegnati a spremere un motore sotto le aspettative che durante tutta la settimana ha permesso sia a Vettel che a Leclerc di rimanere in pista solo molto indietro rispetto alle posizioni di testa.

Vettel già dal primo giro tenta di sorpassare, senza particolare convinzione, la Renault di Ricciardo, impegnato a sua volta nel tentativo di sopravanzare Gasly ed Albon in lotta per la settima posizione.

Ma tutto finisce lì, la foga di Leclerc taglia qualsiasi possibilità di rimonta sia per il pilota tedesco che per se stesso.

Il Monegasco infatti, tentando un inserimento impossibile per chiunque, si infila in uno spazio che definire ristretto è solo un grazioso eufemismo e viene colpito dal compagno di squadra intento a sua volta ad evitare un gruppone in lotta.

È l’epilogo di un week end disastroso (il secondo), che ci consegna la crisi profonda della vettura simbolo dei settant’anni di una F1 anch’essa in cerca di consensi: è il segno dei tempi che cambiano? Non lo sappiamo.

Quello che sappiamo è che la situazione in cui versa la Scuderia di Maranello ha dei responsabili (sempre che possa definirsi responsabile chi non mette “la faccia” di fronte alle proprie sconfitte), un amministratore delegato dal cognome italiano che a malapena sa parlare la nostra lingua, un presidente nato negli States e cresciuto lontano dal nostro paese ed in campo agonistico un team principal svizzero, inadatto al ruolo affidatogli.

Sono i personaggi di un piccolo grande psicodramma, attori che non avremmo mai voluto vedere alla guida del più bel simbolo dello spirito motoristico italiano: il Cavallino Rampante.

I risultati sulle piste sembrano non essere più parte dell’ #EssereFerrari , l’hashtag con cui il marchio modenese avrebbe voluto affrontare il suo 1000° GP (magari proprio al Mugello), in particolar modo per coloro che dirigono il Team dalle loro scrivanie nascoste in qualche faraonico ufficio in giro per il mondo.

A loro sembra non interessare, la sorte di un gruppo di persone che nei box dei circuiti di tutto il mondo portano avanti il loro lavoro, inseguendo un sogno: il titolo mondiale che da tanto tempo manca nelle bacheche di Maranello.

La Scuderia Ferrari ha bisogno di una direzione, prima che di prestazioni, di aerodinamiche o di motori,  di una linea da seguire per poter svolgere al meglio il proprio lavoro con la consapevolezza di poter contare su un organizzazione che ad oggi è solo la pallida ombra di quella degli altri competitor.

I risultati della pista sono lo specchio delle necessità del Team, di quanto abbia bisogno di coordinamento, di chiarezza, di linearità, della guida di una classe dirigente che non sussurri sottovoce che cosa serve per vincere ma che lo affermi con certezza.

Forse aveva ragione Luca Goldoni, famoso scrittore italiano, che in un suo libro nel descrivere la Ferrari dichiarò che:

“…se i tecnici della Ferrari avessero dovuto costruire lo Space Shuttle, quella navetta sarebbe ancora a terra, non perché non ne siano capaci ma semplicemente perché paragonati agli scienziati americani avrebbero avuto tante e tali idee da realizzare che a tutt’oggi la NASA sarebbe ancora in attesa di un volo”

Gli appassionati italiani di F1 avrebbero bisogno di molto meno che un’astronave: ma le idee di quei meccanici oggi sembrano disperse nel vuoto cosmico.