F1 | Tyrrell, fucina di talenti

Ultimo appuntamento della nostra collana dedicata ai team inglesi. Oggi vi presentiamo la Tyrrell, team che ha fatto storia sin dalle prime fasi di una F1 in crescita, per arrivare ad esplodere nella “golden-age” fino a spegnersi lentamente – è stata l’ultima tra le sue cugine – a fine anni 90. Un pezzo di storia che non c’è più (o meglio, c’è ancora ma sotto altre “vesti”) e che vive nel ricordo di chi ha questo sport nel cuore. 

| di Federico Sandoli 

 

Soprannominato “boscaiolo” per il suo passato di commerciante di legname, Ken Tyrrell, debuttò in F1 nel 1968 e caratterizzò la sua attività come scopritore di talenti del calibro di Stewart, Cevert, Alboreto, Bellof e Alesi.


Nella stagione del debutto, grazie ai telai Matra e al motore Cosworth, la neonata scuderia sfiorò il titolo, candidandosi di diritto alla vittoria per la stagione 1969. Il pupillo del boscaiolo, (oggi sir.) Jackie Stewart, nella stagione 1969 conquistò sei vittorie mettendosi in luce come l’erede naturale dello scozzese Jim Clark e portando alla ribalta la neonata scuderia inglese. Esordi di tutto rispetto, quindi. 


Nelle interviste di rito Tyrrell non nascose la voglia di farsi una macchina in proprio. E lo fece, in gran segreto, causa gli accordi con la Matra.


Verso la fine della stagione 1970 vide la luce la prima vera Tyrrell, la 001 che fece da prologo alla 003 che divenne poi la dominatrice della stagione 1971, conquistando entrambi i campionati.

Dopo un secondo posto nel 1972, ecco tornare alla vittoria la scuderia inglese, sempre con Stewart, in un 73 che segnò in modo indelebile l’attività del boscaiolo.

 


In quell’anno Tyrrell dovette rinunciare a Stewart, deciso ad appendere i guanti al chiodo, e a Cevert, l’astro nascente della F1. Il francese, a Watkins Glen, mentre era in bagarre con Peterson per la conquista della pole-position, forse per un malore, uscì di pista in modo rovinoso morendo sul colpo. Fu un duro colpo non solo per il titolare del team ma anche per lo stesso Stewart, che aveva accolto il francese come suo “figlioccio sportivo”.

Orfano dei suoi due talenti ecco che il fiuto del boscaiolo non si smentisce e per la stagione 1974 la Tyrrell presenta due piloti giovani di sicuro avvenire: Jody Schekter e Patrick Depailler. Nonostante il dominio di Ferrari e McLaren, la Tyrrell riesce comunque a ben figurare, arrivando col sudafricano a vincere il gran premio del Nurburgring, inducendo Lauda a uno dei suoi rari errori.


Stanco dell’egemonia dei due team sopra citati, Tyrrell chiede ai suoi tecnici un progetto innovativo, che possa sbaragliare il campo. Ecco che nasce quindi la famosissima P34, la prima F1 a sei ruote. Forse la monoposto più iconica e rappresentativa della massima categoria motoristica mondiale. 

 


Questo progetto ambizioso si basava sull’adozione di quattro mini-ruote sull’anteriore per migliorare il CX del corpo vettura. Nonostante alcun vittorie, l’esperimento non diede i risultati auspicati e, tornato a una vettura più convenzionale, riesce, nel 78, a conquistare con Depailler il GP di Monaco a Montecarlo. 


Purtroppo la scuderia deve fare i conti con un presente che non rispecchia certo il suo fulgido passato. Anzi, nonostante una vettura fotocopia della Lotus 79 a effetto suolo, i risultati stentano ad arrivare.


Per qualche risultato di rilievo si deve arrivare all’82, quando in vettura si cala un italiano di grandi speranze come Michele Alboreto. L’italiano, che Tyrrell vedeva come il nuovo Stewart, a bordo di una Tyrrell obsoleta, riesce a mettersi in luce arrivando a vincere addirittura l’ultima gara in campionato a Las Vegas.


 

Galvanizzato dai risultati di Alboreto, la Tyrrell si presenta per la stagione 1983 in una nuova veste. Lo sponsor Benetton impone il colore verde e a Detroit sempre Alboreto, ormai prossimo ferrarista, riesce ad imporsi regalando alla Tyrrell e alla Cosworth l’ultimo GP prima dell’ indigestione turbo che caratterizzò gli anni a seguire.


Perso Alboreto, in squadra arriva Bellof. Semplice forse banalizzarlo con poche parole ma il ragazzo era un misto tra Senna e Villeneuve. Molto semplice. Un talento puro, naturale. Una velocità assoluta. Ma a tradire sarà proprio la squadra, che per tenere il passo dei più veloci e competitivi turbo gioca l’azzardo di correre sottopeso rabboccando verso fine gara per rientrare nei limiti regolamentari. Insospettiti da questo strano comportamento, i commissari a Detroit sottoposero le vettura a un indagine complessa, arrivando a scoprire la frode e squalificando la Tyrrell per l’intero anno.


Macchiata dall’onta della squalifica ma rinfrancata dagli sponsor personali di Bellof, per il 1985 la Tyrrell sembra mettere in pista una vettura discreta (solo se guidata dal talento tedesco).

Un incidente a Spa con le Porche Endurance, però, portò via per sempre Stefan Bellof lasciando un gran vuoto non solo allas quadra ma all’intero mondo del motorsport.

La scomparsa di Bellof è forse la spinta decisiva verso l’inizio di un baratro che solo l’adozione dei motori aspirati sembrava (ma non più di tanto) arrestare. 


Ingaggiato il brillante progettista Harvey Posteltwhite, ecco dalla sua penna nascere forse l’unica F1 innovativa degli anni 90: la Tyrrell a muso rialzato. Una macchina che nelle mani di Jean Alesi sembra volare, tornando addirittura in testa a una gara e mettendo alle corde addirittura Senna in diverse situazioni.


Nel 91, Alesi va via destinazione Maranello ed il boscaiolo prova a giocarsi la carta Stefano Modena. La mancanza di affidabilità e anche un bella dose di sfortuna non riuscirono a portare i risultati sperati.


Purtroppo la china in discesa della scuderia era in fase avanzata e sembrava non arrestarsi. Senza motori competitivi e piloti di talento, le vetture di Ken riempiono delle caselle alla partenza ma risultano essere soprattutto delle chicane mobili.

L’ultimo podio fu appannaggio di Mark Blundell, in una situazione particolare di gara in Spagna, nel 1994. Gli ultimi punti furono portati da Mika Salo a Montecarlo nel 1997. 

 


Esasperato dalla mancanza di risultati e, divorato dai debiti, Tyrrell trovò il coraggio di cedere la scuderia alla British American Tobacco, chiudendo così la gloriosa storia di un team che verrà ricordato da tutti come un autentica fucina di talenti.

Una fucina di talenti riconducibile ad un team che passando per le varie proprietà (BAR, Honda, Brawn) è arrivato oggi ad essere la Mercedes dei più grandi record della storia della F1