F1 | Sebastian Vettel, il re è nudo

Sebastian Vettel con il divorzio consensuale dalla Ferrari, a meno del clamoroso sviluppo che lo porterebbe in orbita Mercedes, ha perso probabilmente l’ultima grande e vera occasione di tornare in corsa per il titolo, aggiungendo così altri trofei in bacheca ai suoi 4 titoli mondiali. Il tedesco di Heppenheim ha messo in luce, in queste quattro stagioni, tutti i suoi limiti, caratteriali, tecnici e contrattuali, aggravati da un paragone troppo pesante da sopportare, quello con Michael Schumacher.

Vettel nel corso della sua carriera, come noto, non ha mai gradito il fatto di trovarsi di fronte piloti che potessero metterlo in discussione; è accaduto con Ricciardo ai tempi della Red Bull e con Leclerc ora. Ma a differenza del suo illustre predecessore non ha mai avuto la forza contrattuale per imporlo alla Scuderia. Di questi tempi, infatti, uno come Schumacher avrebbe fatto in modo di far allontanare Leclerc, con le buone o con le cattive, visto che con Irvine lo ha fatto, in pista e fuori (vedere Suzuka 1999). Non solo, è riuscito anche nell’impresa di risultare antipatico per farsi dettare un ordine di scuderia a suo vantaggio quando ormai il dominio ferrarista era palese (Zeltweg 2002). Vettel no. Ha preferito allontanarsi lui nel momento in cui ha capito che il monegasco, molto più giovane e affamato, è stato in grado di batterlo e di prendersi i galloni di prima guida.

Chiaramente, la F1 di Vettel non è quella di Schumacher: non ci sono test privati, le sessioni sono pochissime, le complicatissime monoposto sono progettate in CFD e testate al simulatore nel corso dell’anno. Ma certamente i piloti, nel corso dei meeting tecnici sono in grado di dare delle indicazioni che successivamente gli ingegneri sfruttano in fase di progettazione. E quello che è accaduto con Ricciardo prima e con Leclerc poi: il tedeschino, che in passato ha “bullizzato” Mark Webber impedendogli di partecipare, per esempio, ai festeggiamenti del team nelle vittorie iridate o facendogli lo scherzo di violare l’ordine cifrato di scuderia a Sepang nel 2013, non appena si è ritrovato in una condizione di inferiorità perchè i suoi compagni di squadra si sono rivelati più forti di lui (e forse anche un po’ irrispettosi-sportivamente parlando-di un 4 volte iridato) ha deciso la strada più comoda: quella di andarsene. Lo ha fatto alla Red Bull e lo sta facendo alla Ferrari. Non avere più in mano il pallino del team o non essere più il leader incontrastato che ammazzava la F1 da vero e proprio cannibale gli ha causato un inevitabile nervosismo, che si è appalesato già nelle scorse stagioni (le sfuriate nei confronti di Kvyat e Charlie Whiting sono un esempio illuminante) e si è acuito nel corso del 2020, quando ormai si è reso conto che un compagno di squadra più veloce e giovane gli stava rubando la scena. Ma invece di battere i pugni sul tavolo, come hanno fatto i suoi illustri predecessori (Schumacher e Alonso), ha preferito lasciare la scena ai suoi compagni di squadra, che a conti fatti stanno portando avanti una carriera migliore della sua.

Non solo, ma molto probabilmente se ha vinto 4 titoli mondiali deve ringraziare Adrian Newey e Helmut Marko, che hanno creato tutte le condizioni per consentirgli di avere un controllo pressoché totale sul team, a scapito di un compagno che, agli inizi, si era rivelato più talentuoso di lui. E in tutto questo scenario aleggia come un avvoltoio la notizia del ritorno di Fernando Alonso, il pilota etichettato come la causa di tutti i mali dei team nei quali ha corso (eccezion fatta per la Renault) per il suo carattere particolarmente ruvido. Sarà anche vero, ma ha un vantaggio su tutti gli altri: non si arrende mai, nemmeno quando la monoposto si rivela un catorcio. Dote che Vettel, per circostanze comunque fortunate (non ha mai corso in un team condannato ai bassifondi della classifica), non ha mai dimostrato di avere.


Cristian Buttazzoni

"Life is about passions. Thank you for sharing mine". (M. Schumacher) Una frase, una scelta di vita. Tutto simboleggiato da un numero, il 27 (rosso, ma non solo)