F1 | Le tante anime della McLaren

 

Quarto appuntamento della nostra collana dedicata ai team inglesi. Oggi è il turno della McLaren, il secondo team più vincente in assoluto della storia della F1.

| di Federico Sandoli 

 

Tra i team inglesi la McLaren, insieme a Williams e Lotus, è a tutti gli effetti una delle scuderie più prestigiose della F1. Fondata da Bruce McLaren, ai suoi inizi decise di produrre vetture per la categoria Sport, categoria che andava per la maggiore, riuscendo a conquistare la coppa di Tasmania.


L’organizzazione del team era molto semplice e prevedeva Bruce McLaren come team-principal, pilota e collaudatore e Teddy Mayer responsabile dell’area commerciale. Entrambi coadiuvavano una serie di tecnici volti a progettare e creare la vettura.


Il richiamo della F1 cominciava a farsi sentire, e la neonata scuderia debuttò nel 1966 con una macchina molto innovativa dotata di telaio monoscocca ma anche di un motore poco potente che, di fatto, non permise alla scuderia di conquistare posizioni di rilievo.


I primi risultati di prestigio arrivarono nel 1968, quando, grazie alla M7A, Bruce McLaren e Dennis Hulme si aggiudicarono tre gare e il secondo posto finale nella classifica finale. Nonostante questi risultati, Bruce non rinunciò mai a commercializzare vetture sport. Ma proprio durante il collaudo di una queste macchine trovò la morte a Goodwood nel 1970.


Orfana del suo fondatore, la McLaren perse la sua anima operativa e Teddy Mayer divenne nuovo team-principal, con particolari predisposizioni commerciali.


Mayer si rese conto che per poter scalare le posizioni in classifica servivano sponsor molto importanti. Dapprima riuscì a sottoscrivere un accordo con la casa di profumi Yardley (che fece cambiare il colore da arancione a bianco) e, grazie alle maggiori entrate, la McLaren riuscì a creare una delle sue macchine migliori: la M23.


La M23 risultò vincente. Con Dennis Hulme e Peter Revson la McLaren conquistò tre vittorie in campionato.


Mayer, però non si accontentava. Grazie alle sue particolari capacità commerciali e alla M23, vettura buona che poteva diventare ottima, strappò addirittura lo sponsor tabaccaio Marlboro alla BRM (a proposito, approfondimenti qui: F1 | BRM: il primo vero costruttore inglese), ormai scuderia in crisi di risultati, e si presentò ai nastri partenza del 1974 con una nuova colorazione e un nuovo pilota che rispondeva al nome di Emerson Fittipaldi.


Il pilota brasiliano, forte dell’esperienza Lotus, riuscì ad affinare al meglio la M23 riuscendo a imporsi sulla Ferrari B3 e dare alla McLaren il suo primo titolo mondiale.


Stabilmente tra le grandi e, non senza un po’ di fortuna, la McLaren bissò il titolo nel 1976, con James Hunt e a ogni inizio di stagione riuscì ad ottenere lo status di pretendente al titolo. Ma l’avvento dell’effettuo suolo, sul finire della decade degli anni 70, penalizzò non poco la scuderia inglese che non riuscì quasi mai a essere protagonista. 


La Marlboro, stanca dei mancati risultati, meditò un cambio di passo e impose al team un giovane team manager con esperienze in F2: Ron Dennis.

La McLaren cambiò pelle e – di nuovo – anima. Ron Dennis prediligeva la tecnica e chiamò a se un tecnico di valore come John Barnard. Insieme diedero vita al progetto MP4 (alias Marlboro Project 4) ovvero una monoposto che verrà ricordata come la prima F1 costruita in fibra di carbonio. Questo fatto fece innervosire non poco Chapman che riteneva la Lotus 88 la prima monoposto costruita con materiali compositi ma penalizzata dall’ottusità della FISA (collegamento al nostro editoriale Lotus: F1 | Lotus: the black beauty).


La MP4 riuscì a imporsi in Inghilterra con John Watson e fece capire a Dennis che per poter ambire a risultati più importanti serviva non solo la macchina ma anche il miglior pilota.

Sensibile alle ansie di ritorno di Lauda, Dennis e la Philip Morris, riuscirono a portarlo alla guida di una monoposto bianco-rossa e, nel 1982, insieme a Watson, la McLaren s’impose in quattro gare.


La presenza di Lauda e i buoni risultati ottenuti convinsero la Porche a fornire il proprio motore turbo alla McLaren, che nel frattempo aveva inserito nella propria architettura societaria un nuovo socio: la TAG. Essa finanziò la creazione di un nuovo telaio che nel 1984 monopolizzò la stagione e portò Lauda sul tetto del mondo per la terza volta in carriera.


Fino al 1986 la McLaren vinse costantemente il titolo. Solo nel 1987, complice il ritiro della Porche, non fu in grado di inserirsi nella lotta per il vertice assoluto. La scuderia inglese tornò sul tetto del mondo mondo ancora nel 1988, grazie al connubio con il motore Honda e due dei piloti migliori di sempre: Ayrton Senna e Alain Prost.


Questa fase della della McLaren e della F1 sono storia nota davvero a tutti. Il team e i suoi piloti riempirono le pagine dei giornali sportivi e non. Le liti tra i due alfieri rubarono i titoli alle vittorie sportive arrivando a creare una frattura insanabile tra Prost e Senna che portò quest’ultimo a diventare il leader indiscusso della squadra e Prost a migrare alla Ferrari.


Ayrton Senna e la McLaren diventarono un mito della F1 moderna. Anche senza i motori Honda, il brasiliano, coadiuvato da una macchina dotata di un ottimo telaio e di un motore affidabile – anche se non potente come il Renault di quell’epoca – umiliò la Williams ogni volta che le condizioni permettono all’immensa classe del brasiliano di sopperire alle mancanze del mezzo.


La mancanza del motore Honda, però, aveva incrinato il rapporto col brasiliano, che da parte sua aveva appoggiato l’operazione Lamborghini. Nonostante gli ottimi tempi ottenuti in prova, però, Dennis decise di non voler pagare una fornitura di motori bensì di scegliere i motori Peugeot, forti anche della forte dote di soldi che avrebbero portato nelle casse del team.


Senza Senna, Dennis si accorse che la sua scuderia pian piano scivolava nelle posizioni centrali di classifica.

La nuova stella del team, Mika Hakkinen non riusciva a pungere più di tanto. Anzi, nel 1995 venne coinvolto in un incidente che lo ferì gravemente ad Adelaide, l’ultima gara della stagione. Irritata dalla mancanza di prospettive, la Philip Morris abbandonò la McLaren per concentrarsi esclusivamente sulla Ferrari, lasciando il team senza lo storico sponsor che tanto contribuì al suo successo.

Durante il 1996 un Dennis mai domo siglò un nuovo accordo con la West, che portò il team a iniziare una nuova rinascita con dei partner completamente nuovi. Inoltre la McLaren assunse una nuova colorazione grigio-nera, per altro molto gradita anche al nuovo fornitori di motori: la Mercedes. Il prestigioso marchio tedesco acquistò anche una quota azionaria del team diventandone a tutti gli effetti socio operativo.


Il binomio McLaren-Mercedes pareva stentare inizialmente, ma grazie anche al supporto del geniale progettista Adrian Newey, nel 1998 arrivò al successo finale con Mika Hakkinen. Trionfo che bissò anche l’anno seguente. Dal 1999 la Ferrari ritornò al vertice interrompendo l’ennesimo ciclo McLaren che, nel frattempo, faceva le prove per tornare ancora protagonista con un altro finlandese, Kimi Raikonen, classificatosi secondo nel 2003 e nel 2005.


Stanco della mancanza di vittorie, Ron Dennis, a fine 2006, mise sotto contratto la stella della F1, Fernando Alonso, e la promessa da lui cresciuta e sostenuta sin dai tempi dei kart che rispondeva al nome di un certo Lewis Hamilton. Sembrava che, anche questa volta il manager inglese c’avesse visto giusto. Il 2007 sembrava essere l’annata buona per il ritorno al successo ma un fatto extra-sportivo incise pesantemente sul corso della stagione. L’evento che porterà il nome di Spy Story, nacque da un’indagine della FIA per alcuni disegni della monoposto Ferrari F2007, rinvenuti a casa del capo progettista McLaren, Mark Coughlan.


Dopo diversi dibattiti la testimonianza di Alonso e del terzo pilota Perdo de la Rosa dimostrarono una responsabilità del team al quale fu comminata una multa di 100 milioni di dollari e l’azzeramento di tutti i punti conquistati per il mondiale costruttori. Iroso, Ron Dennis licenzia Alonso e fa di Hamilton la stella indiscussa della squadra. Il ritorno al successo si concretizzò nella stagione 2008, quando la McLaren si aggiudicò il titolo all’ultima gara ai danni di Felipe Massa sulla Ferrari.


Dopo tanti anni passati alla direzione del team, Ron Dennis, capì che il suo tempo ormai era finito e poco prima dell’inizio della stagione 2009 lasciò il suo posto a Martin Whitmarsh.


Senza lo storico manager il team pian piano perse lo status di sfidante al titolo e solo nel 2010 e nel 2012 il team riuscì a recitare un ruolo da semi-protagonista per poi sprofondare in una crisi profonda dal 2013.


La Mercedes, ormai presente con una propria scuderia, si defilò dal proprio impegno con McLaren che, perso l’ormai storico partner motoristico, si rivolse all’Honda che stava cercando un team per tornare protagonista nella nuova F1 turbo ibrida.

Quello che poteva essere un secondo capitolo di uno dei binomi più vincenti della storia del motorsport, McLaren-Honda appunto, purtroppo si rivelò un clamoroso flop a causa della mancanza di affidabilità e prestazioni della power unit giapponese uniti ad un telaio poco performante. Una serie di concause quindi relegò la McLaren a semplice partecipante e costante abbonata alle posizioni di bassissima classifica


 

Ma ecco arrivare l’ennesima anima del team. Il nuovo direttore Andreas Siedl, di estrazione endurance e Porche in particolare, è stato chiamato a riorganizzare il tutto.

Dopo stagioni pessime, nel 2019 la scuderia ha cominciato a rialzare la testa. Il mix tra piloti di sicuro avvenire, un telaio competitivo e il motore Renault – soluzione ad interim in attesa di una nuova stabile partnership tecnica – hanno permesso al team, tornato al tradizionale colore arancione degli inizi, di tornare stabilmente nelle zone medio-alte della classifica.

 


E per la stagione 2021 la McLaren si ricongiungerà ad un partner che che ha garantito successi a raffica. Tornerà infatti a campeggiare sul cofano motore delle vetture di Woking il marchio Mercedes, mossa che potrebbe riportare il team a rivivere i bei capitoli di fine anni ’90. Il resto sarà storia tutta da scrivere e raccontare. 

Appuntamento alla prossima settimana per la sesta puntata della nostra collana sui team inglesi. 

 

 


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