F1 | La Jaguar che non graffia

Settimo appuntamento della nostra collana dedicata ai team inglesi. Oggi vi proponiamo la Jaguar, team britannico ma di proprietà Ford che non ha affatto raccolto in F1 quel che la casa madre ha cercato di seminare. Pochi anni, tanti investimenti, grandi nomi ma pochissimi risultati. 

| di Federico Sandoli 

 

 

Storico marchio inglese, da sempre fornitrice della casa reale, nel 2000, decise di fare il grande salto e debuttare in F1.


La decisione fu presa dalla casa madre Ford. Nell’intendimento del gigante di Detroit c’era la speranza di conquistare la necessaria visibilità, a suon di vittorie, per poter rilanciare il marchio in una veste più moderna.


Pianificato il debutto, la casa madre decise di acquistare la Stewart Grand Prix che nel 1999 aveva ben figurato riuscendo a conquistare un confusionario GP d’Europa. Prelevò Eddie Irvine dalla Ferrari e si presentò ai nastri di partenza forti di 1000 ambizioni ma anche di una livrea affascinante che al verde inglese imponeva un giaguaro stilizzato.


A dispetto delle speranze, la squadra nel campionato palesa una totale impreparazione. Il quarto posto a Montecarlo di Irvine e il sesto in Malesia sono attribuibili più alle fasi contingenti della gara che a una vera capacità di conquistare posizioni di vertice.


 

Delusi per la mancanza di risultati, la Ford conta sul 2001 per ottenere l’auspicato rilancio. In effetti qualche segnale di risveglio si vede. Il simpatico nordirlandese, ancora a Montecarlo, riesce a conquistare il primo podio per il marchio inglese e, grazie a successivi piazzamenti a punti, la squadra conquista l’ottavo posto finale nella classifica generale.


I piazzamenti portano una ventata di ottimismo, ma i risultati richiesti sono ben altri e per ottenerli la squadra viene affidata a un autentica leggenda dei gran premi: Niki Lauda.


L’austriaco vuole provare la macchina. Dopo il test, sceso dalla vettura, affermò candidamente, o forse sarebbe meglio dire “laudamente”, che la macchina non è niente di speciale ma anche che le F1 dell’epoca erano talmente facili da guidare che vi “sarebbe riuscito anche una scimmia”.


Scimmia a parte, Niki non nasconde alla Ford che per mirare al successo è necessario attuare necessari investimenti.

In caso contrario bisognerà accontentarsi di essere solo una comparsa nel mondo dei GP.


La profezia dell’austriaco non tarda a realizzarsi. Irvine e il nuovo pilota Pedro De la Rosa fanno del loro meglio per ottenere il massimo dalla vettura, col risultato di conquistare un terzo posto in Italia e alcuni buoni piazzamenti a punti.


Resosi conto che la vittoria è solo una chimera, l’austriaco lascia la squadra e viene sostituito dall’americano Bobby Rahal che rivoluziona il team sostituendo i due piloti del team, con Mark Webber e il brasiliano Antonio Pizzonia.


I risultati del 2003 sembrano dare ragione allo statunitense con sette piazzamenti a punti e un settimo posto finale in classifica generale.


Convinto che la rivoluzione avrebbe portato la squadra alla vittoria, la Jaguar convince un nuovo sponsor a credere nel progetto: la Red Bull.

E gli austriaci, nel mentre, obbligano il team di avvalersi del loro connazionale Christian Klein. Ma anche nel 2004 la vittoria è solo una speranza. Webber riesce a finire a punti quattro volte, Klien solo una.


 

Vista l’impossibilità di competere per la vittoria, la Jaguar – o sarebbe meglio dire la Ford – decide di cedere il team proprio a Red Bull, rafforzando l’opinione diffusa nel circus che la mancanza di risultati del team inglese fosse dovuta alla mancanza di continuità tecnica e di adeguati investimenti.


Nel 2004 si chiude la storia della Jaguar. E dalle ceneri del team inglese prende vita la Red Bull che – con scelte mirate e tanti investimenti – tante pagine gloriose ha scritto nel libro del nostro amato sport. 


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