F1 | Jordan, Hamilton, Schumacher e il mito oltre i risultati

Eddie Jordan e i paragoni scomodi: Lewis Hamilton ha già raggiuto Michael Schumacher nonostante i numeri ancora non gli consegnino ancora il primato assoluto?

Eddie Jordan, si sa, è noto alla storia della F1 per aver contribuito a portare alla grande ribalta alcuni dei nomi più importanti di questo sport, da Alesi a Fisichella, da Ralf Schumacher, da Rubens Barrichello a Eddie Irvine, da Johnny Herbert a Martin Brundle, ma soprattutto è riuscito a strappare alla Sauber il talento indiscusso di Michael Schumacher, che una gara più tardi avrebbe fatto il suo esordio in Benetton e il resto della storia è risaputo.

In questi giorni è sulla bocca di tutti il paragone del Kaiser con Lewis Hamilton, che ormai è a un passo dall’eguagliare e forse superare i suoi record più importanti, i 7 titoli mondiali e le 91 vittorie in carriera.

Primati che in tanti hanno provato a eguagliare nel corso degli anni, ma che invece solo l’anglocaraibico è riuscito ad avvicinare, giungendo ormai a un passo dal raggiungimento dei tanto agognati record del tedesco0

Ebbene, il manager irlandese, che ha fatto esordire il Kaiser in F1, ha dato maggiore peso specifico ai titoli dell’inglese, sostenendo che a suo avviso avrebbe già battuto Schumacher.

La spiegazione sarebbe data dal fatto che Schumacher nei suoi contratti ha preteso sempre un ruolo indiscusso di prima guida, con clausole contrattuali studiate ad hoc per garantirgli un ruolo da prima guida. Fortuna che, invece, a Hamilton non è capitata, tant’è che ha trovato di fronte un avversario ostico come Rosberg (in passato compagno di squadra proprio di Schumacher) che gli ha reso la vita tutt’altro che semplice.

Jordan è, a scanso di equivoci, un profondo conoscitore del mondo delle corse e di piloti ne ha visti passare parecchi sotto le sue scuderie.

Le dinamiche contrattuali le conosce a menadito (ne è testimone proprio la trattativa per portare Schumacher alla Benetton, lunga per definire il passaggio nei minimi dettagli) e proprio per questo sa bene che il tedesco ha sempre preteso di seguire direttamente tutti gli aspetti delle scuderie, da quello manageriale a quello tecnico, occupandosi in prima persona dello sviluppo delle vetture e lasciando pochissimo spazio anche ai collaudatori.

Le clausole del contratto erano così chiare da permettere anche il fam oso “Let Michael pass for the championship”, richiesto da Todt a Barrichello a Zeltweg 2002, situazione che se fosse stata similare avrebbe consentito an Hamilton di mantenere la leadership nella recente gara di Austin.

Ma c’è un’altra cosa che forse indispettisce ancora di più il pubblico e gli addetti ai lavori sul confronto tra il Kaiser e l’anglocaraibico: i presunti aiuti regolamentari che Hamilton riceverebbe dalla Federazione, che spesso e volentieri ha chiuso un occhio a fronte delle sue malefatte o anche gli aiuti che ha ricevuto la Mercedes per l’avvio dell’era delle Power Unit di cui è assoluta protagonista; tutte cose che Schumacher non avrebbe mai ricevuto.

Per smentire, ad avviso di chi scrive, il primo punto, sarebbe sufficiente andare a rivisitare i primi anni della carriera del Kaiser e, in particolare, tutte le polemiche scoppiate nel corso del 1994 (a questo proposito è appena il caso di ricordare che nei giorni scorsi si sono ricordati i 25 anni dall’incidente di Adelaide che ha consegnato il primo titolo a Schumacher), con gli occhi chiusi su quello che si nascondeva all’interno del box Benetton e che nel corso del campionato stava venendo fuori (Hockenheim e Spa, giusto per citare due episodi),

Ma non solo. Anche la polemica sulla fornitura dei motori Renault arrivata nel 1995 in coabitazione con la Williams, sfruttando il canale della Ligier (gestita appunto da Briatore, protagonista anche del giallo della JS41, una copia della B195) è stato per certi aspetti un elemento che ha inciso sugli equilibri anche di quella stagione.

Però, non si può non ricordare che, a scanso di equivoci, anche il dominio ferrarista dei primi anni 2000 fu contrassegnato da diversi episodi contrastati e contestati, dal titolo fatto perdere a Irvine (sembra quasi di proposito) all’ordine di scuderia a Zeltweg 2002, fino alle minacce (nemmeno tanto velate) di Montezemolo di creare un campionato alternativo nonostante in quel momento la Ferrari stesse dominando in lungo e in largo.

Una serie di episodi e di circostanze nelle quali, però, il ruolo di primazia di Schumacher non poteva essere messo in discussione da nessuno, né in Benetton né tantomeno in Ferrari. Cosa, questa, che se analizzata nel suo complesso finisce per dare ragione a Jordan, anche se come ben si sa le epoche e i regolamenti non si possono paragonare.

Di certo, il percorso di Hamilton è stato decisamente più accidentato rispetto a quello di Schumacher, ma il nome e i numeri del Kaiser sono ancora lì, a dimostrare che campioni si diventa, ma fuoriclasse si nasce.


Cristian Buttazzoni

"Life is about passions. Thank you for sharing mine". (M. Schumacher) Una frase, una scelta di vita. Tutto simboleggiato da un numero, il 27 (rosso, ma non solo)