Quel Gp di Pescara del '57 e altre storie d'Abruzzo e di F1
 

 


Quel Gp di Pescara del ’57 e altre storie d’Abruzzo e di F1

Correva l’anno 1957. La Svezia, nell’onda della psicosi collettiva scatenatasi dopo che la Ferrari di Alfonso del Portago-Nelson causò dieci morti fra il pubblico e l’equipaggio in occasione della XXIV Mille Miglia, rinunciò improvvisamente ad organizzare il suo GP in programma per il 18 agosto e valido per la settima delle otto tappe del mondiale di F1. Fuori dal calendario anche Spa e il GP d’Olanda.

Enzo Ferrari nel frattempo comunicava l’impossibilità di inviare macchine e piloti della scuderia per uno sciopero che stava rallentando revisione e preparazione sulle monoposto reduci dal Nurburgring. La Fia era in fibrillazione. Bisognava rimediare o l’affidabilità e la credibilità della Federazione ne sarebbero uscite sconfitte.

di Chiara D’Agostino

«Le vite che sfrecciano. Lo ascoltiamo in radio, a pochi anni dallo scoccare del primo quarto del primo secolo del terzo millennio, in quella quasi desueta scatola formidabile che ha velocizzato le telecomunicazioni. Quante vite sono passate rapidissime sulle strade, nei cieli e sulle acque  d’Abruzzo, vite che sfrecciavano. Precipitose, vivissime, quasi convinte davvero che, come diceva qualcuno, non basta raggiungere il limite ma occorre superarlo.
Una regione del centro Italia ancora remotissima in un certo immaginario collettivo odierno che, contrariamente, in anni non sospetti, è stata protagonista ben nota e blasonata di irripetibili momenti della storia internazionale legati alla velocità. L’Abruzzo in generale, da Teramo a Chieti, passando per L’Aquila. Pescara in particolare, la città veloce non a caso che ha sempre avuto nella sua conformazione primigenia e nella sua gestazione non ancora secolare questo innato senso di rapidità, questo mito della eterna corsa in avanti».

Il “Triangolo magico”, così era soprannominato il Circuito di Pescara

Il 18 agosto del 1957 fu proprio la città di Pescara ad ospitare la settima tappa valida per il titolo mondiale. La Federazione infatti, dopo l’improvvisa rinuncia della Svezia e non pochi ostacoli procedurali e burocratici, optò per lo storico e già ampiamente collaudato Circuito di Pescara  che con i suoi 25,579 km di lunghezza su giro, detiene ancor oggi il record di tracciato più lungo dove si sia mai disputata una gara di F1.

Il mattino del 17 agosto, allo scattare del primo turno di prove libere «le tribune erano gremite quasi fosse il giorno della gara. Il colpo d’occhio offerto dai box suggestivo e vivacissimo per i colori delle sedici vetture allineate sul loro fronte. Brillanti nel rosso italico delle carrozzerie, cinque Maserati si affidano alle ultime attenzioni dei meccanici; sono quattro 250/F di più recente generazione, motore cilindri di 2494 cc a carburatori, capace di 270 cv, penta marce e telaio tubolare».
Per la gara circa 150.000 spettatori si assieparono stipando le aree consentite del circuito; una terrazza box, sviluppata in un ulteriore piano, ospitava giornalisti, fotografi, radiocronisti e cameraman accorsi da tutto il mondo in rappresentanza delle più prestigiose testate. Per la prima volta la Rai predisponeva la diretta televisiva della fase conclusiva della corsa, per altro registrata per l’intera sua durata con Piero Casucci alla telecronaca.

Quel Gp lo vinse Stirling Moss su Vanwall seguito dalla Maserati di Juan Manuel Fangio che in quella stessa occasione si aggiudicò il suo quinto titolo mondiale.

L’Abruzzo, terra schiva quanto sorprendente, fra i suoi gentiluomini del primo e lungimiranti personalità del secondo Novecento tutti proiettati verso nuovi confini, potenziali e visionari, sorretti dalle certezze del motore a scoppio, si lanciava così irrimediabilmente verso una roboante memoria che viveva nel Gp adriatico solo il suo momento di maggior risonanza.

Le idee si sa, non vengon mai da sole. Ad accendermi la scintilla e la voglia di raccontare questa pagina della storia del motorsport, oltre alla passione che avvicina sia me che voi che leggete al mondo delle corse e della F1, sta anche e soprattutto l’intreccio di questa stessa passione con le radici della mia terra, inaspettatamente teatro e culla dei primordi della velocità.
L’occasione giusta mi è capitata qualche giorno fa, quando ho avuto la fortuna di

Presentazione del libro "Macchine precipitose", Palazzo Kursaal, Giulianova (Te)
Da destra verso sinistra: Gabriele Tarquini, Giorgio D’Orazio, Francesco Santuccione e Paolo Martocchia

assistere alla presentazione di un libro davvero illuminante dal titolo “Macchine precipitose” che, come un viaggio nel tempo, ripercorre le tappe della velocità in Abruzzo da Ferrari a Trulli, nel mito dell’eterna corsa in avanti. Preziose presenze, gli autori. Lo storico giornalista Francesco Santuccione, commissario di percorso al Gp di Pescara del 1957 nonchè amico fraterno di Fangio e fonte inesauribile e di inestimabile valore di racconti ed aneddoti di chi, quelle stagioni irripetibili, le ha vissute davvero; i giornalisti Paolo Smoglica, Paolo Martocchia e Giorgio D’Orazio Vinditti che ringrazio personalmente per la disponibilità e per avermi prontamente fornito il materiale fotografico.

Lettera di Enzo Ferrari a Francesco Santuccione, foto tratta dal libro.

L’evento è stato poi ancor più impreziosito dalla presenza e dai racconti di un altro abruzzese doc, Gabriele Tarquini. Un vero campione sia dentro che fuori dall’abitacolo, la cui carriera sembra davvero non conoscere fine: sul tetto del mondo a 56 anni, “Il Cinghio” è riuscito a far svettare il tricolore anche a Macao, in Cina, dove lo scorso anno si è laureato campione del mondo World Touring Car Cup 2018 al volante della sua Hyundai i30 N del Team italiano BRC Racing; tra i piloti più proliferi e il più longevo iridato Fia, è stato sicuramente con il sospirato balzo in F1 tra l’87 e il 1992 che si è consacrato definitivamente tra le pagine più alte della storia del motorsport.

Tra i gli altri protagonisti dell’epoca eroica dell’automobilismo sportivo abruzzese che qui andrebbero annoverati, concedetemi il ricordo di un gentiluomo autentico, espressione di un costume e di una società che non sono più. Tra queste righe, il Marchese Diego De Sterlich Aliprandi merita particolare menzione per due motivi: uno storico, uno personale.

Il marchese, proprietario di un vastissimo latifondo nella provincia teramana, investì il suo intero patrimonio – costituito per lo più di possedimenti terrieri – per dare libero sfogo alla sua passione per l’automobilismo tanto da sfumare totalmente nella povertà assoluta. Cosi sintetizzava – con ironia ed efficacia – il costo da pagare per la sua passione nell’indigenza della vecchiaia: «Vedi quanto è stretto l’ugello di un gigler? Eppure con quanta facilità e velocità aspira intere campagne!»

Per intenderci, fu lui – già pilota per Diatto, Bugatti, Maserati e Alfa Romeo oltre che grande esperto e collezionista – che nel 1923 contribuì a finanziare e definire il Circuito di Pescara dove si fece la storia con la Coppa Acerbo, pallino del “Drake” Enzo Ferrari, con i Gp di Pescara e molte altre competizioni. Ma non solo.

Il Marchese De Sterlich a bordo della sua Maserati 26/B targata 974 Pe al GP di Montecarlo

Nel 1924, l’allora giovanissimo nobile acquistò le azioni della SIAS per la costruzione dell’Autodromo di Monza e sostenne economicamente e a più riprese, la casa automobilistica Maserati  acquisendo i telai della Diatto per creare i primi bolidi da portare in pista.

L’altro motivo poi, è quello personale.

Il “Signore d’Abruzzo”, come lo si chiamava, era infatti noto anche come il Marchese di Cermignano, un piccolo paese arroccato nella provincia teramana dove per una qualche astrusa coincidenza del destino, sono nata, cresciuta e dove tuttora vivo e in qualche modo mi piace pensare che quando da piccolina scendevo di notte in garage per sbirciare incuriosita e affascinata la Maserati Ghibli del mio papà, il Marchese Volante – da qualche parte – col suo spirito curioso, bizzarro e fantasioso, avrebbe risposto con un sorriso, soddisfatto.

Il resto della storia la trovate – magistralmente raccontata –  in “Macchine Precipitose”.

Chiara D’Agostino


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