Alfa Romeo bimotore: la nonna di tutte le Formula 1

Continua la storia dell’Alfa Romeo. In questa rivisitazione andiamo agli albori della massima serie.

Abbiamo spesso visto gareggiare macchine originali per le soluzioni tecniche, su tutte la Tyrrel 6 ruote, la Lotus a turbina o a quattro ruote motrici: la nonna di queste Formula 1 estreme fu senza dubbio l’Alfa Bimotore.

Questa macchina nacque da un’idea di Enzo Ferrari, al tempo direttore del reparto corse Alfa Romeo, per poter contrastare in modo valido le monoposto tedesche Mercedes e Auto Union.
Il regime fascista, mal sopportava la supremazia tedesca in pista e pressava il giovane Enzo a dare vita a un progetto innovativo che potesse farsi onore sui circuiti europei.

Ferrari chiamò il cavalier Bazzi, progettista di valore, e gli diede 4 mesi di tempo per preparare una macchina in grado di ben figurare al GP di Tripoli e al GP di Germania.
Bazzi modificò una vecchia P3 e posizionò due motori 8 cilindri da 3165 cmc, uno davanti al pilota e uno dietro accoppiati da un unico albero motore, da un unico cambio e un’unica frizione.

Il 10 aprile 1935 Nuvolari provò il primo esemplare sull autostrada Brescia Bergamo con risultati incoraggianti: il mantovano volante raggiunse la ragguardevole velocità di 280 km all ora. Alla fine del test Nuvolari si sentiva ottimista, la macchina a suo dire avrebbe raggiunto i 340 km all’ora facilmente e faceva proclami di vittoria per il gp di Tripoli.

In Africa l’Alfa Romeo schierò due vetture, una affidata al mantovano volante, l’altra a Chiron, ma in gara la potenza della macchina si dimostrò un problema e nulla potè per contrastare la vittoria delle Mercedes agili e maneggevoli. Le macchine italiane palesavano problemi di gestione della potenza tanto da arrivare a consumare un “mare” di pneumatici.
Bazzi, spronato da Ferrari, cercò di correggere i problemi e si presentarono al gp di Berlino con la speranza di portare a casa un risultato di prestigio. Il circuito tedesco era caratterizzato da rettilinei lunghissimo che ben si sposavano con le caratteristiche della macchina italiana.
In gara la musica non cambiò e le Mercedes non faticò ad aggiudicarsi la gara, Chiron con l’Alfa riuscì a classificarsi al secondo posto, soprattutto grazie ai lunghi rettilinei, mentre Nuvolari dovette ritirarsi dopo aver duellato con la sua macchina che non ne voleva sapere di stare in strada.
Proprio il mantovano volante, decise di rifiutarsi di guidare la macchina in pista, troppo instabile, e convinse la squadra a ritornare alla vecchia e affidabile P3.
Ferrari era però deciso a lasciare un segno nell’albo d’oro delle corse: la scuderia si recò sulla Firenze mare, dove Nuvolari si lanciò, non senza rischi, a 364 km/h conquisando il record europeo di velocità sul miglio lanciato.


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