F1 | Ritratti: la leggenda immortale di Jochen Rindt

Ed ecco che il giovane Jochen acquista la ribalta in Formula 2, quando su compra una monoposto Brabham con 4000 sterline e alla sua seconda gara a Crystal Palace batte nientemeno che la leggenda dell’automobilismo inglese Graham Hill. La stampa inglese persino gli sbaglia la nazionalità, pensando che fosse australiano, ma il talento germanico venne comunque scarsamente considerato. Su di lui mette gli occhi John Cooper, che lo porta in Formula 1 (aveva già corso una gara per la Brabham), facendogli sottoscrivere un contratto triennale. La sua grinta però fu anche il grimaldello dei suoi detrattori, tra cui Denis Jenkinson, che scommise di tagliarsi la barba nel momento in cui avrebbe vinto un Gran Premio. Cosa che farà nel 1969, ma prima c’è un altro passaggio da non sottovalutare.

rindt_2Infatti, in quegli stessi anni, a mettere gli occhi su di lui fu anche Enzo Ferrari, che lo notò alla 24 Ore di Le Mans del 1965 quando vinse a Le Mans in coppia con  l’americano Masten Gregory alla scuerda NART di Luigi Chinetti. Pare che lo stesso Drake volle addirittura portarlo in Formula 1 con la sua scuderia; certo è che ne ha sempre parlato benissimo, ammirando le sue doti velocistiche e anche la sua voglia di rischiare anche oltre il consentito. Però a essere più veloce di lui fu Colin Chapman, che alla fine del 1968 lo strappa a Jack Brabham e lo porta alla corte di Graham Hill, per creare un team in grado non solo di vincere (l’inglese sarebbe stato due volte iridato di lì a poco), ma di dominare. Grindt (questo fu uno dei soprannomi che gli vennero dati), però, dovette subire un terribile incidente in Spagna, dove si frattura una mascella e subì una commozione cerebrale. Ma come un gatto dalle sette vite, anzi, una tigre (venne soprannominato anche Tiger), Rindt si riprese e iniziò a inanellare una serie di risultati che culmineranno con la vittoria al Glen, nella gara in cui Graham Hill si frattura le gambe. La terra americana segna così l’inizio della cavalcata di Rindt ed è il secondo legame del pilota tedesco con il continente americano dopo la vittoria a Le Mans con la Ferrari. Una gara che il pilota della Lotus riuscì a dominare nonostante il duello iniziale con il suo grande amico Jackie Stewart, fresco di titolo mondiale, piegando la resistenza delle Brabham dopo aver strappato alla scuderia inglese quello che diventerà in seguito l’artefice dei loro successi, Bernie Ecclestone. Il suo fu un vero e proprio dominio, terminato con 47 secondi di vantaggio su Courage, su un circuito che aveva dimostrato di amare anche per la sua velocità. Tanto è che fa bottino pieno: pole, vittoria e giro record. Jenkinson, decano del giornalismo inglese che vinse con Moss la Mille Miglia del 1955, perde la scommessa, dovette tagliarsi la barba. Rindt ormai era un pilota completo e la vittoria americana lo porta in coma ai candidati per la vittoria nel 1970.


Cristian Buttazzoni

"Life is about passions. Thank you for sharing mine". (M. Schumacher) Una frase, una scelta di vita. Tutto simboleggiato da un numero, il 27 (rosso, ma non solo)