F1 | Quando l’Europa sbarcava a Indianapolis

Ma la voglia di Indycar ha contagiato anche i team: se è vero che la McLaren quest’anno ha ingaggiato una partnership con la Andretti Autosport (a proposito, Senna proprio nel magico 1993 di Mansell si mise al volante di una Penske grazie al suo grande amico e connazionale Emerson Fittipaldi), si certo non si può dimenticare il tentativo della Ferrari, che nel 1986 fece girare la 637 progettata da Gustav Brunner in aperta polemica con la FISA, che aveva varato il nuovo regolamento per quanto riguarda i motori. Un esperimento che incontrò la ferma opposizione di John Barnard, ma che vide Michele Alboreto protagonista di una sfida a Fiorano contro una March guidata da Bobby Rahal, con l’obiettivo di strappare il futuro astro nascente dell’aerodinamica, Adrian Newey. I risultati del test parallelo furono strabilianti, con Alboreto che riuscì nell’impresa di battere l’americano, ma come detto fu John Barnard a chiudere il progetto e convincere il Drake a dedicarsi esclusivamente alla Formula 1.

Qualche anno prima, però, ci fui un altro genio che decise di tentare l’avventura a Indianapolis portandoci le proprie vetture e fu Colin Chapman. La Lotus, infatti, fu una vera e propria fucina di successi negli anni 1960 grazie soprattutto a due uomini: Jim Clark e Graham Hill. Oltre alla Formula 1, Colin Chapman diede vita a un progetto specifico, la 29, derivazione diretta della 25 – due volte iridata con lo scozzese – con il passo più lungo, e fu subito molto competitiva. Clark, infatti, riuscì a piazzarsi al secondo posto nella corsa più veloce del mondo del 1963, mettendo in mostra tutte le doti di Chapman come progettista e dello scozzese come pilota, tanto che il secondo posto di quella 500 Miglia fu dovuto unicamente all’impreparazione dei meccanici al sistema del rifornimento. Ma sarà l’antipasto di quello che accadrà nelle stagioni successive. Nel 1964, infatti, la Lotus si presenterà in forze, dotata dell’evoluzione di quella monoposto, la 34, dotata di un motore di ben 425 cavalli. E i risultati furono strabilianti: ben 6 vetture (detenute anche da privati) si classificarono nelle prime 6 posizioni della griglia, con Jim Clark mattatore del gruppo. Ma quella gara sarà segnata dall’incidente che costerà la vita a Dave MacDonald. Un incidente le cui avvisaglie erano state avvertite da Graham Hill, che si rifiutò di prendere parte alla corsa per l’eccessiva insicurezza delle monoposto. E aveva ragione. Il comportamento della monoposto di MacDonald venne notato dai suoi avversari, tra cui Jamie Rutherford, che temette per quello che stava per accadere. E infatti, all’inizio del secondo giro, MacDonald, nel tentativo di superare Watt Hansgen e Jim Hurtubise, perse il controllo della sua monoposto che si impennò e nella carambola coinvolse ben 6 vetture. La monoposto di MacDonald si incendiò e travolse anche quella di Eddie Sachs; entrambi persero la vita e la corsa fu interrotta, per la prima volta nella storia. La vittoria poi andò a A.J. Foyt, l’unico pilota insieme a Michael Schumacher a vincere 7 titoli a ruote scoperte.

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Ma la storia ad Indianapolis, per Colin Chapman, deve ancora essere scritta, con Jim Clark che riesce a fare doppietta, aggiudicandosi sia il Mondiale di Formula 1 che la 500 Miglia di Indianapolis. Tutto merito della partnership tra la Lotus e i Wood Brothers, team noto nelle gare Nascar che comprendeva una abilissima crew di meccanici, capace di rivoluzionare il mondo delle corse grazie alla prima vera esperienza di pit-stop. Questo anche per soddisfare le richieste della USAC, che in quell’anno introdusse un numero minimo di 2 pit-stop anche per evitare di imbarcare un quantitativo eccessivo di carburante e scoraggiare tragedie come quelle dell’anno precedente. Questa mossa, però, a detta degli storici, non fu necessaria, perché lo strapotere della Lotus 38 era tale da consentire a Clark di vincere con ampio margine sulla concorrenza. L’unico intervento richiesto ai box, infatti, fu il normale rabbocco di carburante, ma non venne mai chiesto di sostituire le gomme. I segreti della 38 furono 3: l’installazione di un tubo di Venturi per massimizzare l’effetto suolo, le sospensioni di lunghezza diversa sul lato destro e sul lato sinistro e il motore montato in posizione centrale. Tutti elementi che consentiranno allo scozzese di vincere a mani basse. Una vittoria che rivoluzionerà il mondo delle corse americane che fa il paio con l’evoluzione introdotta da Chapman in Europa, ideatore di un nuovo concetto di progettazione delle monoposto, che condizionerà in modo irreversibile il corso della storia.

Una storia che rischia di ripetersi anche nel 1966, anno in cui la Lotus vuole bissare il successo dell’anno precedente, ma deve fare i conti con uno dei suoi grandi rivali, Graham Hill su una Lola, in una vittoria che si tinge di giallo per il calcolo della somma dei tempi. Infatti, nel corso del primo giro, ben 14 vetture finirono fuori pista in una carambola causata da Billy Foster. Molto tempo dopo, la direzione gara decise di dare la bandiera rossa e interrompere la gara, sommando i tempi. Clark fu vittima di due testacoda e rientrò ai box in entrambi i casi per verificare i danni alla monoposto, ripartendo velocemente e rimanendo comunque un giro davanti a Hill.

La classifica finale della gara ad Indianapolis vide Hill in testa, ma alla Lotus inizialmente decisero di fare ricorso sostenendo che Hill era doppiato di un giro da Clark, ma poi desistettero perché dopo il secondo testacoda e il rientro ai box dello scozzese Hill non venne superato da Clark, cosa che nel corso della gara gli avrebbe consentito di saltare davanti a Hill in classifica nella somma dei tempi. Graham fu addirittura sorpreso di essere dichiarato vincitore, tale era la confusione che si era generata al termine della gara, con il tabellone dei risultati che venne aggiornato manualmente e che lo vide accreditato di 40 secondi di vantaggio su Clark. E questo fu uno dei risultati che lo proietteranno nella leggenda dell’automobilismo, insieme alla 24 Ore di Le Mans del 1972, che lo incoronerà come unico pilota nella storia a vincere la “Triple Crown”, ossia Mondiale di Formula 1, 500 Miglia di Indianapolis e 24 Ore di Le Mans. La fine dell’epopea Lotus ci sarà nel 1967, quando verrà schierata la 42 e Jim Clark terminerà anzitempo la sua 500 Miglia con l’esplosione del motore della sua 38. E la scuderia di Chapman verrà seguita pochi anni più tardi proprio dalla McLaren, che per 10 anni sarà presente a Indianapolis, proprio fino all’alba dell’era di Ron Dennis, riuscendo anche ad aggiudicarsi l’edizione del 1974, nell’anno del titolo di  Emerson Fittipaldi, grazie a John Rutherford, approfittando dei guai di A.J. Foyt, che rompe il motore.

I nomi della Formula 1 che parteciparono a quelle edizioni della Indy 500 furono davvero tanti e tutti in qualche modo legati al team di Chapman, da Stewart ad Andretti, da Rindt a Ginther, a simboleggiare un’epoca in cui il doppio impegno era una costante soprattutto per alcuni team (il marchio Lotus, tra l’altro, si è rivisto anche in tempi recenti, proprio con l’apparizione di Jean Alesi) e in cui i piloti costruivano il loro mito gareggiando nelle competizioni più disparate, creando le condizioni per diventare dei veri e propri miti indiscussi del volante, dei quali forse anche Fernando Alonso (curiosità: la mancata partecipazione della McLaren alla 500 Miglia coincide proprio con l’epoca di Ron Dennis) potrebbe fare parte.


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Cristian Buttazzoni

"Life is about passions. Thank you for sharing mine". (M. Schumacher) Una frase, una scelta di vita. Tutto simboleggiato da un numero, il 27 (rosso, ma non solo)

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