F1 | Storia: Le origini italiane del mito Williams

Kyalami 1974, le curve del fantino – Su quella pista, che ama da sempre e che aveva visto il rinvio della gara per la crisi del petrolio e l’annullamento della sessione di prove del mercoledì per la pista allagata, la FW01 di Arturio – che non era riuscita a partecipare ai test delle settimane precedenti, al pari della Ferrari – sul finire della sessione stampa 1’16″79, a 21 centesimi dal polesitter, che ironia della sorte (per gli avversari) è proprio Niki Lauda con la Ferrari. Ma come, una macchina con un motore senza cavalli (una cinquantina in meno di Lotus e McLaren) riesce a battere le rivali più blasonate? Possibile? Eppure Kyalami pare un circuito tutto sommato veloce, in cui si sfiorano i 200 km/h di media (a Monza in quell’anno si fecero i 223, ndr); tutto questo pare impossibile. La spiegazione è semplice: se non vai forte in rettilineo spingi in curva, sfruttando l’aerodinamica. E se per Enzo Ferrari questo era il risarcimento per chi non sapeva spremere i cavalli del motore, in questo caso è un risarcimento aumentato di interessi sostanziosi. Colin Chapman e Ken Tyrrell accetteranno il verdetto e andranno da Williams a congratularsi, mentre molti altri cercheranno di far annullare il tempo di Merzario. A frenare i loro ardori ci penserà il cronometrista della Matra, secondo cui il tempo di 3203.txtMerzario era reale. Tutti zitti a inchinarsi di fronte a quella che è stata la capostipite di una serie di successo che prosegue tuttora. E la conferma delle buone prestazioni in qualifica arriva in gara, con un sorpasso a Emerson Fittipaldi che metterà in luce ancora una volta la bontà della FW01. E proprio da quella gara si decise di affiancare a Merzario una seconda monoposto, che verrà denominata FW02 (Williams scelse di iniziare la serie legando il numero al telaio realizzato e non al progetto, come invece accadrà dall’anno successivo). La monoposto soffriva di problemi di affidabilità, ma le prestazioni furono decisamente migliori rispetto agli anni precedenti. E quando il “fantino” non pungeva in qualifica si riscattava in gara, così come accadde in quella che potrebbe essere definita la “seconda casa” di questa Williams “italiana”, ossia a Monza. Partito molto attardato, in ottava fila, approfittando anche di una serie di disavventure che capiteranno ai protagonisti delle qualifiche, tra cui le due Ferrari, le due Brabham e Reutemann, Merzario riuscirà a terminare al quarto posto, ultimo dei piloti a pieni giri di quella che è stata una gara a eliminazione, e anche con un miglior giro anche abbastanza buono, a 1″5 dal giro record di Ronnie Peterson, vincitore della gara. La soddisfazione del box Williams era palpabile, visto che erano riusciti a portare a termine una gara massacrante per il motore (meno performante di quelli montati sulle Lotus e sulle McLaren, per esempio), con l’obiettivo centrato di portare a casa la macchina, quello che molti altri, alla ricerca della prestazione, avevano fallito facendo finire arrosto i loro motori e i loro cambi. Merzario, dopo essere stato affiancato da  Richard Roberts, Tom Belso, Gijs Van Lennep e Jean-Pierre Jabouille, nella parte finale della stagione sarà coadiuvato in pianta stabile da Jacques Laffite, che la stagione successiva, quando la Williams produrrà la prima vettura interamente sua (la FW04) e la scuderia diventerà a tutti gli effetti inglese, prenderà il testimone.

Insomma, le origini della Williams sono profondamente italiane, grazie a piloti, tecnici e designer del Bel Paese che hanno deciso di sorvolare la Manica per dare inizio a quella che poi è diventata una delle avventure più belle e vincenti della storia della Formula 1. E forse non è un caso che anche la prima vittoria della scuderia di Sir Frank sia arrivata per mano di un italiano d’adozione, Clay Regazzoni, lo svizzero che pochi anni prima aveva fatto sognare i tifosi ferraristi. Si potrebbe quindi dire che, per citare Enzo Ferrari, Frank Williams è stato un garagista inglese con l’anima molto italiana.


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Cristian Buttazzoni

"Life is about passions. Thank you for sharing mine". (M. Schumacher) Una frase, una scelta di vita. Tutto simboleggiato da un numero, il 27 (rosso, ma non solo)